Addi difficili

La PiazzaAddi difficili
Luigina pubblicato 12 mesi fa

Ciao a tutti! sono educatrice e mi piacerebbe condividere con voi alcune domande e sapere gli altri educatori come fanno e cosa ne pensano.
spesso nel nostro lavoro ci affezioniamo alle persone a cui dedichiamo il nostro tempo e la nostra cura. é un lavoro di relazione. è un lavoro sugli affetti. è un lavoro in cui ti si chiede di volere il bene degli utenti. è un lavoro in cui condividi un pezzo di te, del tuo essere ma anche metti a disposizione le tue giornate, condividi emozioni e scoperte, una quotidianità fatta di grandi e piccole cose.
ma il nostro lavoro ha un tempo. il tempo del progetto. il tempo dell’istituzione. il tempo della persona. Poi si dice addio. un addio carico di nostalgia della persona ma anche di gioia per il suo futuro che si spera migliore.
Alcune volte, però, non riesco a dire addio. vorrei poter continuare il pezzo di strada con quella persona. vorrei poterla sentire, vorrei potera contattare, vorrei poter continuare ad accompagnarla con un ruolo ovviamente diverso.
può sembrare una domanda banale o stupida..ma a voi capita? sentite mai i vostri utenti quando non sono più sotto vostra “responsabilità” come utenti? lasciate i vostri recapiti a chi dite addio? è possibile un rapporto che vada oltre l’essere stati educatore- educando?
vorrei fare una riflessione più ampia che metta in gioco elementi diversi e complessi, ma mi fermo qui per ora.
Grazie
Lu
 

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2 Risposte
Vincenzo Staff risposto 11 mesi fa

                                   Educatore professionale: il poeta degli addii.
Educare è afferrare, non dominare. Educare è un istante, un attimo, uno svelamento. Un gioco d’azzardo perché si rischia. Educare è la vita: commedia e farsa. Educare è reciprocità. Educare lasciandosi educare. Educare è un viaggio. Affascinante e misterioso, che non porta a nessuna meta, se non ad un addio. Se non si è capaci reggere l’addio, non si è capaci reggere nemmeno il benvenuto. Perché ogni nuovo inizio comincia sempre da un addio. A volte un addio significa anche sconfitta. Ma la sconfitta racconterà di coraggio e di esperienza. Sconfitti, infatti, non significa perdenti. Se ci sono sconfitte vuol dire che si è osato di farcela. Se di fronte alla sconfitta rinuncio, allora si che sono perdente. Solo rischiando dimostriamo di credere veramente in ciò che si è e in ciò che facciamo. L’educatore è uno che non vuole trattenere bensì liberare, lasciare andare. Così che l’addio sancisca valore. Uno che accompagna uno sconosciuto a sentirsi libero, riprendendosi il suo valore. Può, quindi, perciò, fare a meno di noi. Camminare con le proprie gambe senza più bisogno che ci siamo noi. 
Chi sono, allora, in realtà, gli educatori? Verrebbe da dire, una sorta di giocatori d’azzardo senza un soldo in tasca. Avventurieri che non sanno ne da dove vengono né tanto meno dove stanno andando. Giocatori che osano cambiare questo mondo. Ma forse proprio per questo follemente speciali e vergognosamente eccezionali. Degli artisti di strada. I più preziosi e pregiati. Perché educare è l’arte per eccellenza. Educare è opera d’arte. Gli educatori professionali sono quegli speciali artisti che danno voce a chi non ha voce, speranza per chi è disperato. Sollievo per chi è affaticato. Rinfranco per chi è deluso. Sognatori con le scarpe consumate destinati ad essere derisi perché pretendono di dire che in questo mondo persino un disperato ha il diritto di sognare. Visionari di cui il mondo farebbe volentieri a meno dato che azzardano che si può vivere in un altro modo. Che curano difendono affermano preservano la dignità umana. L’unico codice in cui sono preservati libertà e uguaglianza le chiavi di lettura dei due fondamenti di ogni essere umano: unicità e irripetibilità. Che, insomma, un altro mondo è possibile. Roba da pazzi di fronte a cui non si sa mai se compiangere o restare sbigottiti di fronte a tanta spavalda e amorevole follia. Gente che ogni mattina si alza per andare ad accudire e curare la vita. Anche se, questa, sta piangendo dentro un cesso.
Mi viene allora da dire che gli educatori sono veri eroi proprio perché scherniti e invisibili sognatori. Quasi mercenari. Sempre pronti, di nascosto, a vendersi l’anima perché questo mondo del cazzo sia di tutti e non per pochi. Gente che rammenda calzini senza ago né filo. Che non usa profumi per mentire al sudore. Che non sfila mutande firmate per dare il buongiorno. E non sgomita comparse per avere un suo nome. Gente che trovi sempre quando la grazia è smarrita. Che non gli importa di bandiere, chiese o colore, ma se la chiami non è mai occupata. Che non manca mai là dove qualcuno non ce la fa più. Gente che poi, sempre in silenzio, sparisce senza gloria e medaglie. Così che la grazia ritrovata sia la sola ricompensa.Educare è meraviglia. E l’addio ne traccia la memoria! Pertanto l’educatore è l’artista che vede dove lo sguardo non arriva. Per questo sono poeti. I poeti degli addii!

Luigina risposto 11 mesi fa

caro vincenzo,
ti ringrazio per questa tua risposta. bellissime metafore, poetico e affascinante.
ma perchè? perchè non posso rimanere in rapporto con qualcuno di loro? è un rapporto umano che cerchiamo di instaurare, la relazione la nostra core-competence… perchè allora dire solo addio?
ci sono rapporti che cambiano. non cambiano solo l’utente, cambiano anche noi. A me ha cambiato l’incontro con Salvatore, Domenico, Margherita. tre volti precisi, tre persone che ho accompagnato per un pezzettino. perchè quel pezzo non si può prolungare? è così sbagliato, ovviamente una volta concluso il lavoro educativo con la persona, cambiare rapporto? non più utente-educatore…ma oso dire amici?
 

Vincenzo Staff risposto 11 mesi fa

Cara Luigina, per carità, non vi è nessuna “legge” che impedisca prolungare e “mutare” il senso e il modello relazionale di un rapporto educativo in un rapporto/relazione amicale. Tuttavia, personalmente, non credo che ciò possa “accadere” in una relazione educativa formalmente istituzionale. Questo al di là che noi ci sforziamo considerare la relazione educativa da formale ad amicale. Voglio dire che lo “stigma” professionale che abbiamo sedimentato in noi di “educatori” mal si riversa a mutare quello stigma in amicale. Puoi certo prolungare il rapporto con Salvatore, Domenico e Margherita( di cui però ignoro il motivo dell’affidamento pregresso alle tue competenze professionali-educative). Nulla vieta che oggi il rapporto possa declinarsi con più leggerezza, meno professionale e più amicale. Purtuttavia, per loro tu sei una educatrice. E continuare ad esserlo, sebbene con modalità più “amicali”, è un bene da preservare proprio per loro tre. Dato che proprio in quanto educatrice hanno potuto avvalersi di un ruolo e professionalità che ha consentito crescita relazionale e maturazione comunicativa. Ci sarebbe poi da considerare circa il tema tuo personale se le tre persone sono in una struttura con regole e quant’altro. Oppure se avendo terminato il percorso educativo sono oggi liberi e giocondi. Infine, personalmente ritengo che, mutare la natura di un rapporto, declinato per tot tempo e da cui son scaturiti buoni risultati, sarebbe rischioso proprio per quei risultati raggiunti. Con i miei utenti posso andare al cinema, farmi una pizza, invitarli una volta a casa persino. Però è bene, per me e per loro, che io rimanga “altro” rispetto a loro. Ne han bisogno loro più di quanto farebbe piacere a me. Un saluto