Cosa rischi tu se non rischio io?!

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Andrea Staff pubblicato 3 settimane fa

Questa sera mi sono portato a casa una bella domanda che vorrei condividere:
“Cosa rischia un ragazzo se l’educatore non sa rischiare?”

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1 Risposte
Fortu risposto 3 settimane fa

Rischia di  non poter completare la sua personalità secondo me 

Micaela risposto 3 settimane fa

Ciao a tutti, mi sono soffermata su questo post, per qualche minuto, l’ho riletto e a dire il vero mi sono soffermata sulla parola rischiare. Ho preso il dizionario ed ho cercato il suo significato, perché ho imparato, lavorando come educatrice, che le parole hanno un peso specifico soprattutto nel voler realizzare un’azione educativa. Ho trovato questo: “Esporre qualcosa al pericolo di essere danneggiato o distrutto”.
Non è un termine che appartiene al mio, personale, “manuale” da educatore. Preferisco il termine OSARE, perché un educatore, nel suo lavoro, deve sempre avere il coraggio di compiere un’azione e deve assumersi la responsabilità di “esporre” i minori a compiere azioni diverse.

Andrea Staff risposto 2 settimane fa

Ciao Micaela, grazie per questo interessante spunto. Premetto che ho avuto modo di incontrare definizioni ampie e variegate della parola rischio oltre a quella che hai citato e non ti nascondo che come parola mi piace un sacco. Osare è un’altra parola che personalmente amo molto ma che mi sembra implichi cose differenti, che abbia a che fare primariamente con il mondo interno e personale, “avere il coraggio di…” Mentre il rischio mi sembra che possa avere a che fare anche con eventi e fattori esterni non sempre calcolabili.
Posso osare nel dare per la prima volta le chiavi di casa a mio figlio ma da quel momento lui stesso può correre il rischio di perderle per motivi diversi.
Piuttosto che posso osare nel cimentarmi ad insegnare a un ragazzo con disabilità il tragitto casa-scuola ma ad un certo punto dovrò lasciare che percorra il tragitto senza il mio supporto. Da quel momento lui corre il rischio di perdersi, di sbagliare la fermata, di incontrare altre persone etc… Io corro altrettanti rischi nel momento in cui lui prova, non a caso mi sento in fermento, fiducioso ma anche preoccupato che tutto vada per il meglio.
Il rischio mi sembra che presupponga il fatto di poter sbagliare, di non essere certi che tutto vada per il meglio. Il risultato di un rischio che sia un errore o una vittoria mi sembra ottimo terreno di lavoro educativo. Forse come operatori ciò che possiamo provare a fare è di evitare di esporre le persone affidate a dei rischi elevati per i quali valutiamo che il gioco non valga la candela, quando sappiamo o ipotizziamo che eventuali errori, sconfitte non possano essere utili alla persona e al lavoro educativo in atto con lei.
È vero ciò che dici, che dobbiamo avere il coraggio di osare ma è anche vero che non tutte le volte che avanziamo richieste o invitiamo i minori a compiere azioni stiamo necessariamente osando. Penso che quando siamo convinti del fatto che determinate azioni non presuppongano pericolo o rischio alcuno allora forse non abbiamo davvero osato, piuttosto siamo rimasti nel campo delle attese o aspettative.

Micaela risposto 2 settimane fa

Eccoci, forse abbiamo due modi diversi di vedere le cose … quando parli di “ posso osare nel dare le chiavi a mio figlio … poi da quel momento corre il rischio di perderle”
Per me, invece, da quel momento lui è responsabile di quelle chiavi, i fattori di rischio non per forza devono essere presenti e passano in secondo piano.
Per quel che riguarda il secondo esempio parlerei ancora una volta di responsabilità, una responsabilità condivisa. Il rischio è sempre subordinato ad un evento “esterno”.
Non si corre il rischio nell’insegnare qualcosa a qualcuno, perché c’è un processo decisionale alla base, sceglierai la persona a cui insegnare quella determinata cosa considerando le sue specifiche caratteristiche/abilità.
Nelle scelte educative non sempre si osa/rischia, ma si agisce con certezza e consapevolezza e questo non significa rimanere nel campo delle aspettative o attese, per me significa avere una convinzione fondata e condivisa che mi spinge ad agire…

Vincenzo Staff risposto 2 settimane fa

Provo a dire anch’io un paio di miei pensieri sul tema.Osare e rischiare sono spesso sovrapponibili. Tanto è vero che è facile riscontrare in dizionari che il predicato ‘”osare” è accumunato a quello di “rischiare”. Detto ciò, nell’agire educativo, personalmente, non riesco a decifrare un preciso confine. Pur se di solito prediligo utilizzare il termine rischiare. Questo perchè lo “avverto” più sintonico con un agire, quello educativo, dove agiscono due verità. L’educatore e l'”Altro”. Questi è ciò che non conosco. Che non domino. E’ quello “sconosciuto” che mi accingo a conoscere. Ossia a svelare, indagare a “spogliare”, almeno in parte. Per fare ciò, comunque, devo consentire pure all'”Altro” di conoscermi, svelarmi, indagarmi e “spogliarmi”. Ossia la relazione educativa deve dispiegarsi necessariamente in senso di “reciprocità”. Base, questa, per l’efficacia e l’efficenza di una relazione e comunicazione educativa. Ciò non vuol dire, ovviamente, che l’educatore e l’educando siano “formalmente” sullo stesso piano. Non è una relazione istituzionalmente simmetrica. Però sul piano squisitamente “educativo” la relazione deve necessariamente esserlo. Il “Me” e l'”Altro” se “vogliono” “imbastire” un minimo di “dialogo” educativo hanno necessità di “avvertirsi” fiduciosi l’un l’altro. E ciò divine possibile se entrambi “avvertono” quella nota simmetrica di sintonia tra di loro. In tale scenario è allora possibile “Osare”. Ovverosia abbassare,reciprocamente, le proprie difese lasciandosi così “invadere” dall'”altruità”. Ma proprio per questo al contempo ciò comporta “rischiare” il non “reggere” l'”invasione”. E quindi fallire.E farsi pure “male”.
Infine, sarei un tantino cauto nello sposare all'”agire educativo” il concetto di “processo decisionale”. L’altruità, a mio modesto parere, non è un dovere. E neppure un processo. Termine questo che sa tanto di razionale e logico. Ma l’altro rispetto a me è “unico” e “irripetibile”, quindi del tutto sconosciuto. Ossia la parte “oscura” di me. Pertanto “irrazionale” e “illogico” rispetto al “Me”. Quindi faccio fatica ad associare a quanto detto il concetto, appunto, di “processo decisionale”. Perchè l’altruità implica, a mio parere, una scelta. Libera. E per ciò stesso rischiosa.