D. non è un bambino autistico.

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Giulia Staff pubblicato 2 anni fa

“D. è un bambino autistico. Che poi, che significa questo? Mentre scrivo queste parole, mi rendo conto di quanto poco senso abbiano ora, a distanza di tempo. Le ho scritte e riscritte, ne ho parlato a volontà… eppure ora, mentre le riscrivo una volta di più, realizzo di quanto siano vuote. Non in assoluto, sia ben chiaro, ma per me, adesso, in questo istante. Perché nell’arco di questi ultimi sette mesi ho capito che quest’espressione vuol dire tutto e niente. I bambini sono così diversi tra loro, ognuno con la propria personalità, con la loro voglia di giocare, di stare bene, di coccole. È vero, l’aspetto legato al disturbo è importante da considerare, perché influenza tantissimo i comportamenti dei piccoli. Non può essere ignorato: vi è un intreccio, una trama costituita da elementi legati al carattere, all’individualità, che si intersecano con caratteristiche proprie dell’Autismo.  Il risultato sono dinamiche relazionali complesse, verso il mondo interiore e quello esteriore. Dinamiche che creano non poche difficoltà.

Tutto questo è innegabilmente vero.

Però quando cominci a conoscere questi piccoli tornado, comprendi che tutto ciò passa in secondo piano, scalzato dalla bellezza di una relazione con tutti i suoi alti e bassi. Tra conflitti ed abbracci il tanto temuto disturbo perde la sua forza, perde di importanza, si fa piccolo piccolo.

Non posso non parlare in questa sede dei “tratti autistici” di D., un po’ per il motivo sopra riportato, i comportamenti che ho osservato sono intrisi di questi tratti, non vi si può prescindere, e un po’ perché in questo paragrafo analizzeremo la relazione educativa, che su questi elementi lavora. Tuttavia, lo faccio con una consapevolezza diversa: D. non è un bambino autistico.. troppo spesso queste due parole vanno insieme e non voglio correre il rischio di disimparare a slegarle l’una dall’altra.

D. non è un bambino autistico.

D. è un bambino. E a dirla tutta si chiama Daniele. […]

Nonostante queste difficoltà, ci sono riflessioni importanti che porto a casa da questo tirocinio. Ho imparato che è indispensabile mantenere il proprio senso critico, sempre ed ovunque, non importa quanto ci sembrino sensate le cose che stiamo vedendo o sentendo. Avere e sapere utilizzare una visione critica delle cose significa sapersi interrogare sulle possibili alternative, sui vari perché, su noi stessi. Significa ascoltarsi ed ascoltare l’altro cercando un incontro tra due vite che hanno entrambe qualcosa da dare. Agire il proprio senso critico significa imparare a non adagiarsi su qualcosa di precostituito, a non aderire in modo dogmatico e superficiale alla realtà che ci si presenta, a reinventarsi ogni giorno, a sperimentare possibilità diverse.

Ma la questione più rilevante, che ho già abbozzato in precedenza, riguarda l’importanza della terminologia. Non si tratta solo di discussioni sterili sulla forma delle cose. È molto di più, perché ciò che diciamo e pensiamo, come lo diciamo e come lo pensiamo, condiziona il nostro modo di agire ed interagire.

Una volta di più, infatti, ho riflettuto sull’importanza delle parole. Elisa mi chiede se “disabile” sia un aggettivo o un sostantivo. Domandona. Le dico che ho fatto anch’io una riflessione simile sulla stretta connessione tra “bambino” ed “autistico”. E allora: “disabile”, come “autistico”, sono aggettivi o sostantivi? Perché la questione cambia parecchio.

Se io mi rivolgo a un Daniele prima di tutto come a un bambino utilizzerò certi atteggiamenti. Se io mi rivolgo a lui come a un bambino autistico, sarà poi molto difficile, nel mio relazionarmi con lui, slegare le due cose (non solo a livello mentale ma proprio a livello comportamentale). Il rischio diventa allora di fare dell’aggettivo un nome, trattandolo da “autistico” prima che da “bimbo”.

Daniele non è un bambino autistico” semplicemente perché prima di essere questo è un bambino. Definirlo “bambino autistico” (non in assoluto, come ho scritto, è evidente che in assoluto Dani è un bambino autistico) in questo contesto significa connotarlo, etichettarlo. Come dire “persona disabile”. Riflettere su queste parole significa, e ci permette di, esorcizzare il rischio di fare della persona disabile unicamente “un disabile”, dimenticandone diritti, volontà, autodeterminazione, dignità.

Se invece ci ricordiamo che sono prima di tutto bambini, giovani, donne, uomini, persone, allora possiamo tenere in considerazione la loro “globalità” di essere umani. Connotarli, al contrario, significa relazionarcisi solo in qualità del fatto che loro sono utenti, che ricevono quel che gli educatori trasmettono loro. Significa assumere l’unidirezionalità del processo educativo e comunicativo, mentre ciò è assolutamente falso: loro non sono tavolette vuote su cui incidere, ed è evidente di come a un certo punto, se così vengono considerati, debbano “vomitarti” addosso tutta la loro umanità. Non ci si può lamentare, poi, dei modi che trovano per farlo.”

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