è possibile educare a vivere la propria affettività?

La Piazzaè possibile educare a vivere la propria affettività?
Anna Staff pubblicato 2 anni fa

Mi sembra utile partire da un incontro a cui ho partecipato presso il Centro Culturale Rosetum di Milano dal titolo “Emergenza educativa- Problematiche di oggi: cosa significa educare all’affettività” che ha visto come relatrice la prof.ssa Iafrate[1].
Innanzitutto si è incominciato con il domandarsi la ragione di questo titolo: perché si parla di educare all’affettività? In fondo questo titolo è possibile? Oggi come oggi non è così scontato associare il termine educazione al termine affettività. Credo che quindi la prima questione su cui valga la pena di riflettere è il fatto stesso di parlare di una educazione degli affetti.
Se facciamo una riflessione più generale sulla cultura e società attuale quello che vediamo, infatti, è una cultura poggiata sostanzialmente su uno sbilanciamento verso una dimensione emozionale, sulla possibilità di far emergere i propri istinti e le proprie emozioni, sradicando l’istinto umano- assolutamente dignitoso in quanto umano- da una dimensione di ethos, di regola, di norma, di orientamento. Quello che si afferma come criterio, spesso, è che ognuno sia libero di fare quello che si sente, di seguire il suo cuore, perché quello che uno prova è importante e bello in quanto lo prova, perché ciò che è importante è emozionarsi. Quindi parlare in questi termini di affettività significa negare in qualche modo che l’affettività possa essere e- ducata, ex- duco. Pensiamo al termine educare, esso significa tirare fuori qualcosa conducendolo verso qualcos’altro. In qualche modo non c’è solo la particella ex (il far emergere) ma c’è anche il ducere, quindi c’è l’idea che quello che viene fatto emergere in qualche modo possa essere orientato, abbia una direzione e uno scopo. Quindi educare vuol dire credere che questa dimensione affettiva, istintuale, emotiva, che si sente, che si prova, non sia fine a se stessa, non sia un bene in quanto tale, ma sia bene nel momento in cui viene educata, cioè orientata verso uno scopo. Potremmo dire che l’educare è esattamente il contrario del lasciar sfogare un istinto. E allora come si deve considerare la questione? Non è così scontato che si possa parlare di educazione all’affettività in una cultura che considera l’affettività essenzialmente come istintività, emotività da lasciar esprimere così com’è.
Si può osservare che anche a livello educativo, nei luoghi deputati all’educazione, l’aspetto dell’affettività sia abbastanza trascurato, perché prevale l’idea che l’affetto non sia bisognoso di educazione, tanto che nelle prime relazioni con i bambini piccoli quello che orienta l’agire educativo è spesso il lasciare esprimere la spontaneità di questi. 
Dire che un bambino è spontaneo sembra essere il complimento più bello che si possa fare ad un essere umano. Vince la spontaneità, il fare quello che ci si sente. Dall’altra parte nel percorso scolastico c’è una certa attenzione al tema delle emozioni, c’è una certa cura del linguaggio emotivo, dell’educazione delle emozioni che ribadisco avere comunque un valore positivo, ma non c’è quasi nessuna attenzione nel dare una direzione o un orientamento all’affettività. Nell’età adolescenziale, soprattutto, i ragazzi sono lasciati completamente in balia della loro dimensione emotiva, nonostante sia un momento della crescita in cui anche  la dimensione fisiologica e biologica impone delle risposte a questa istanza affettiva senza però trovare risposta perché di fatto anche questa dimensione viene rilegata “al fai quello che ti senti, se sei contento…basta che tu sia felice”.
Ciò che caratterizza l’educazione è pensare che basti che un ragazzo stia bene, che faccia quello che sente, perché in questo modo sarà felice. Credo che il punto per i giovani di oggi sia quello di riscoprire il senso di ciò che vivono. Fabrice Hadjadj[2] scrive: “[…] bisogna distinguere tra piacere e piacere. Alle notti troppo alcoliche seguono mattine con il cerchio alla testa. La sublime sconosciuta della sera, all’alba, raggiunta la sazietà, si trasforma in una bestia ingombrante. La sensibilità satura. Lo sapevano i romani, presso i quali la sala del banchetto non era lontana dal vomitorium. Diffidiamo dunque del piacere immediato che conduce un dispiacere maggiore.”[3]
Abbiamo dei segnali evidenti di un bisogno che però non viene raccolto a livello sociale ed educativo. Insomma da una parte si ha un bisogno, che in qualche modo non si riesce a raccogliere, e dall’altra si hanno delle risposte sociali che invece continuano a darti questo messaggio “vai dove ti porta il cuore”, come se il cuore da solo sapesse governare la persona, come se non ci fosse il bisogno di coltivare questo cuore.
Sappiamo che nell’essere umano si hanno contemporaneamente delle istanze di positività legate alla propria passionalità e alla propria affettività, ma anche delle dimensioni che sono potenzialmente distruttive, queste infatti possono portare anche a delle tragedie e lo si vede troppo spesso nei fatti di cronica. Quindi non bisogna ritenere l’istintualità e la passionalità come positive in sé. L’istintività, l’emotività non è soltanto legata alla dimensione affettivo- passionale, perché accanto a questi istinti vi sono anche istinti aggressivi. L’istinto di vita e di morte non possono non convivere. Quindi la dimensione aggressiva ha esattamente lo stesso tipo di potenzialità della dimensione affettiva, eppure nessuno è disposto a dire “l’istinto aggressivo se ti fa stare bene, lo puoi sfogare come ti pare”. Questa è una delle contraddizioni dei nostri tempi, secondo cui alcuni istinti sono accettati mentre altri no, alcuni sono sempre e comunque buoni, altri sono punibili. Un esempio di rigidità a mio parere interessante, è la censura totale della dimensione conflittuale, che invece è un aspetto importante dell’essere umano. Ecco che viene negato che si possa avere un’idea diversa, una propria individualità in possibile contrapposizione con quella dell’altro.
Quello che desidero affermare in questa conclusione è che il mondo degli affetti proprio per questi rischi che sono stati  sottolineati richiede di essere formato e raffinato con un lavoro educativo esattamente come si fa per le menti e le cognizioni. Si formano e si stimolano continuamente i giovani sul piano intellettuale ma seguiamo poco l’altro fronte, quello affettivo. A livello psicologico ci troviamo di fronte spesso persone molto intelligenti con uno sviluppo adeguato della dimensione cognitiva, molto colte, con conoscenze ampie ma assolutamente infantili sul piano affettivo, rimaste incistate ad un livello primordiale di affettività, incapaci di fare scelte adulte dal punto di vista affettivo.
Sempre di più si riduce l’affetto all’emozione, sempre di più si sta facendo diventare lo spazio dell’incontro con l’altro uno spazio dell’esclusiva realizzazione e soddisfazione dei propri bisogni e desideri. È necessario, ora, riflettere sul significato delle parole che usiamo in campo educativo, a partire dall’etimologia delle parole affetto ed emozione. Il desiderio è quello di orientare le emozioni; però non abbiamo gli strumenti, non ci viene dato lo spazio per pensare, per capire quale sia il problema, quali i rischi, quali gli elementi sui quali lavorare per essere in grado di dare ragione di certe cose che noi istintivamente capiamo essere giuste. Siamo aiutati attraverso il ragionamento sulle parole che ci rendono maggiormente coscienti e consapevoli; questo è  importante oggi, in un momento in cui le parole si usano senza riflettere, in cui  vengono banalizzati alcuni concetti chiave.
 
Distinguiamo ora i due termini: affetto ed emozioni. Ex- moveo è la radice di emozione, che vuol dire muovo fuori, faccio uscire da fuori, faccio sgorgare, muovo con un movimento che va dall’interno verso l’esterno. Questo sgorgare, far uscire, far passare dal dentro al fuori, mette in primo piano chi sperimenta l’emozione ovvero il fatto che dal soggetto si origini un sentimento che vada verso l’esterno, verso un orizzonte più ampio di se stessi. In qualche modo, viene sottolineata attraverso l’espressione dell’emozione la valenza di bisogno da soddisfare, cioè il fatto che io abbia bisogno di sfogare qualcosa, che io senta dentro qualcosa da far emergere. L’emozione è questo, come individuo si sente il bisogno di tirar fuori qualcosa e la esprimo. 
Affetto deriva dal verbo afficio nella sua forma passiva, quindi, da affectus. Si dice che sono affetto da qualcosa, in qualche modo faccio riferimento a qualcosa che mi muove, qualcosa di esterno che mi colpisce. In qualche modo l’affetto, a differenza dell’emozione che rimanda all’individuo, rimanda all’incontro con un altro che mi muove. L’affetto ha proprio una dimensione che esprime il legame con l’altro, non si può provare se non c’è l’altro, l’emozione invece è possibile anche senza provocazione di un fattore esterno, può essere del tutto interiore. Quindi l’affetto mi supera a livello individuale, supera l’individualità e mi apre all’ignoto dell’incontro con l’altro (in- contro, allo stesso tempo, con qualcuno e contro qualcuno, contro nel senso di diverso da me). L’affetto inevitabilmente ti porta ad incontrare l’altro nella sua diversità e quindi nella sua dignità di persona diversa da sé. Mi parla quindi di una relazione con l’altro, di un legame che in qualche modo mi fa capire che l’altro è ciò che non sono io, e che io sono ciò che non è l’altro. Mi mette davanti subito come esperienza l’idea che io non sono tutto. Questo, per me, è fondamentalmente la chiave di lettura del problema che ponevo prima: se io parlo di affetto come emotività sto riducendo l’incontro con l’altro ad una esperienza totalmente inserita nel mio io e nella mia individualità. 
L’emozione, l’esperienza emotiva è contestualizzata nel qui ed ora, senza screditare questa esperienza forte  e importante ma non può essere ridotta all’unica esperienza umana, quindi il qui e ora la proviamo tutti, anche i disabili. Ma è contestualizzata in un qui ed ora, la provo in quell’istante perché è un movimento che da me esce e si sfoga, e sfogata finisce. L’affetto invece è proprio un’altra cosa: a differenza dell’interazione del qui ed ora, è contestualizzato in tempi molto lunghi, legato alla storia delle persone. Io ho affetto per persone con le quali posso costruire una storia, cioè con le quali condivido un passato e posso progettare un futuro e posso costruire, a partire anche da un’interazione emozionale del qui ed ora, spesso l’emozione è la partenza dell’affetto, è l’elemento che fa scattare l’uomo, ma se non è coltivato nei tempi lunghi non diventa affetto. Parlare di relazionalità significa uscire da una visione ego-centrata che in qualche modo pensa che la bontà di una relazione sia legata all’emozione buona o cattiva che quell’incontro mi dà. La dimensione affettiva va al di là del qui ed ora, ha bisogno di una storia. 
Perché allora la dimensione affettiva è così diversa e così importante per l’essere umano? Perché la dimensione relazionale che in qualche modo rimanda ad un’idea di un sé risolto in se stesso e chiuso in una angusta prospettiva di un qui ed ora che ci proietta ad una dimensione relazionale nei tempi lunghi, in qualche modo risponde a un nostro bisogno profondo dell’essere umano. L’Io, infatti, a mio parere, non è risolvibile in un qui ed ora, non si risolve nella sua personale identità, ma è sempre una persona che anche nella sua stessa definizione è un essere in relazione che porta con sé una storia passata e la prospettiva di un futuro.
Mi ha colpito molto l’esempio che la prof.ssa Iafrate proponeva di questo: quando ci si presenta, per definirsi si usa un nome ed un cognome. Nel nome e nel cognome stiamo dicendo la nostra natura, che è una natura in relazione, perché il mio nome non me lo sono dato io, ed il cognome mi appartiene per una storia, una stirpe nella quale mi sono trovato, che non ho scelto. Presentandosi quindi sto dicendo “io sono una persona in relazione con un altro e con una storia e che quindi non si risolve nel qui ed ora”. 
Ecco perché allora la dimensione affettiva profondamente riesce ad esprimere l’umano, perché è l’affetto, il tempo lungo, l’incontro con l’altro che in qualche modo mi connatura come essere umano; ecco perché stiamo bene nelle relazioni, le nostre emozioni più positive sono spesso legate ad esperienze di relazione. E al contrario, nelle persone che stanno male spesso l’esperienza di malessere è dovuta a qualcosa che non funziona a livello relazionale. La concezione antropologica sottesa a questa chiave di lettura è quella che definisce noi esseri umani come relazione: l’io è rapporto con l’altro, l’io è complementare ad un tu. L’affetto come esperienza relazionale ci completa a differenza dell’esperienza emotiva che è importante ma non basta a se stessa per definire l’io. 
Un altro aspetto che distingue l’affetto dall’emozione è che l’emozione segue il principio del piacere, ovvero rifiuta emozioni negative e ricerca emozioni positive.
C’è un istinto che segue questa logica, altrimenti c’è in atto una patologia (esempio masochismo, chi si fa del male ma comunque per provare piacere), e anche questa è una dimensione umana, anche se presente in tutti gli animali. Gli esseri umani, però, nell’affetto non necessariamente provano immediatamente il piacere. Pensiamo ad esempi concreti in cui con una persona che amiamo siamo disposti a rinunciare ad un piacere immediato per aspettare che l’altra persona ci raggiunga. Pensiamo ai genitori nei confronti dei figli, quante volte mandano giù bocconi amari per affetto dei figli. Pensiamo nell’esperienza di coppia quante volte per andare avanti si ha bisogno di perdonarsi al limite del tradimento. Quindi non è che il tradimento e il perdono siano esperienze piacevoli, eppure l’affetto vero può portare anche a questo. Sono esperienze che vanno al di là di un piacere immediato, tanto che si entra così in una dimensione etica, che ci supera dal punto di vista umano;  sono esperienze che ci proiettano ad altro che non è soltanto il nostro puro soddisfacimento individuale.
L’affetto è connesso a una dimensione relazionale ed etica, due dimensioni che sono profondamente e intrinsecamente umane, che ci qualificano come esseri umani a tutti gli effetti, e come l’emotività ha bisogno di questa dimensione per essere elevata ad una livello umano più profondo. Ecco perché ha bisogno di essere educata; il sapere dove voglio arrivare in una relazione affettiva, aiutare i giovani che vivono quelle emozioni perché devono puntare all’affettività è un compito tra i più nobili.

Se dovessi sintetizzare in conclusione cosa ho scoperto attraverso questa tesi direi questo: non si affronta il tema dell’educazione sessuale perché non ci sono risposte. E non essendoci risposte, naturalmente è un tema che non si può affrontare.
Mi chiedo solo ora, quindi, cosa si intenda per educazione. Ho sempre pensato, ma posso certo sbagliarmi, che ciò che risulta pedagogico non è l’aver trovato risposte ai singoli fatti della vita, ma l’aver saputo porsi correttamente le domande che i fatti della vita impongono. Educare un ragazzo con deficit mentale o motorio a fare i conti con un bisogno che potrebbe non trovare mai possibilità di soddisfazione piena non significa stimolare sadicamente una pulsione, ma aiutarlo a fare i conti con la sua disabilità. D’altra parte, questo si scontra con una pedagogia speciale che mira alla normalizzazione sociale del disabile, piuttosto che al riconoscimento delle sue diverse abilità.
 
Il Teen STAR può essere un inizio di risposta, un metodo con cui guardare le cose. Non ho la pretesa di aver risposto, di aver chiuso una questione così delicata come l’educazione all’affettività e alla sessualità delle persone disabili. Non ho mai voluto cercare di ridurre un aspetto tanto importante, né tanto meno dare delle indicazioni agli educatori su cosa fare per “gestire” situazioni legate alla sessualità e affettività. “Credere una cosa ben nota è il miglior modo per non interrogarsi mai su di essa”.[4]
 
[1] Membro del Centro di Ateneo studi e ricerche sulla Famiglia, insegna Psicologia sociale all’Università Cattolica di Milano.
[2] Fabrice Hadjadj (Nanterre, 1971) è uno scrittore e filosofo francese.
[3] F. Hadjadj, Mistica della carne. La profondità dei sessi, edizione Medusa, Milano, 2009, p. 26.
[4] F. Hadjadj, Mistica della carne. La profondità dei sessi, Edizione Medusa, Milano, 2009, p.103.

Condividi Questa Pagina!

Fai per commentare o votare

1 Risposte
Marina risposto 2 anni fa

Grazie davvero Anna per queste parole profonde, penso che per “macinarle” bene dovrei leggerle altre due o tre volte, tanto sono intense.
Ne approfitto subito per farti/farvi una domanda: ho una cara amica che vive a Potenza, mamma di un ragazzino di quasi 11 anni di nome Andrea. Andrea è un ragazzino autistico, insieme alla sua famiglia ci ha raggiunti al nord per trascorrere un po’ di tempo insieme durante le vacanze pasquali. Abbiamo quattro bimbi, ed è uno spasso vedere come i nostri figli ed Andrea trovino velocemente giochi comuni: questa volta era la volta dei pezzettini di giornale: tanti fogli di giornale strappati a striscioline e poi a pezzettini che lasciati cadere da in cima alla scala o davanti alla finestra, lanciati in aria o lasciati andare in terra per forza di gravità, si comportano in modo diverso e divertente. Questo permette a noi adulti di chiacchierare un pò e di raccontarci le ultime evoluzioni dei nostri figli.
Premetto che sono sbigottita ogni volta che riusciamo a parlarci un pò più a lungo, di quanto queste famiglie siano lasciate quasi abbandonate a loro stesse. In balia di terapie che ad un certo punto non risultano più utilizzabili perchè non ci sono educatori formati per quello specifico obiettivo, o perchè pare che non ci sia sinergia tra famiglia – scuola – centro pomeridiano, o perchè a detta di qualcuno, non più efficaci. Andando un po’ più nello specifico, e cercando di collegarmi al tuo intervento, parte del nostro recente incontro è stato proprio sul bisogno di avere informazioni per poter educare Andrea nella sfera affettiva. Proprio come dicevi tu: tirare fuori per cercare di condurre, orientare. Anche in questo caso, nella sfera di terapisti e professionisti che ruotano intorno ad Andrea, pare che nessuno sia riuscito a parlare a questi genitori senza allarmarli, alle loro domande gli è stato risposto: sta per iniziare un periodo tremendo, vederete che Andrea si trasformerà, proviamo ad introdurre già ora dei farmaci per poter capire il dosaggio ed il farmaco che lo tranquillizzi maggiormente….
Nessuno ha spiegato a questi genitori cosa sta per succedere  a loro figlio: questo passaggio alla pubertà e poi all’adolescenza, i cambiamenti a livello fisico/ormonale che ne scaturiranno. L’ho fatto io come ho potuto, proprio perchè come te, conosco un pò il metodo “Teen Star”.
Tu scrivi: “Educare un ragazzo con deficit mentale o motorio a fare i conti con un bisogno che potrebbe non trovare mai possibilità di soddisfazione piena non significa stimolare sadicamente una pulsione, ma aiutarlo a fare i conti con la sua disabilità”. Ma in un ragazzo autistico, che quindi ha un deficit a livello relazionale, come si può affrontare la cosa? Il tuo intervento parla bene della differenza tra emozione ed affetto. Emozione come qualcosa che vivo qui ed ora, e non necessariamente prevede la presenza di un altro, affetto come qualcosa che si coltiva e cresce all’interno di una relazione, nel tempo. In questo caso si può parlare di educazione all’affettività o soltanto di educazione a gestire le proprie emozioni? Eppure se penso al rapporto che Andrea ha con la sua mamma, una sfera affettiva c’è… Sai consigliarmi qualcosa di non troppo difficile o tecnico che possa provare a leggere per poi provare a “spezzettare” a questi genitori, che pur avendo una marcia in più faticano un pò ad arrivare fino a sera?
Una seconda domanda: hai esperienza del metodo Teen Star usato con ragazzi autistici? Possibile l’utilizzo con loro?
Grazie in anticipo per la disponibilità!
Marina

Anna Staff risposto 2 anni fa

Ciao Marina, ti ringrazio di aver posto tutte queste domande e soprattutto di averle calate dentro un’esperienza concreta pensando ad un volto: quello di Andrea! Tante volte si ragiona, si pensa, si discute, si mettono a tema questioni ad un livello spesso troppo “teorico”.. non so come dire.. quindi ti ringrazio perchè come educatrice ho bisogno di riprendere quella concretezza disarmante!
Per provare a rispondere alle tue domande..
Sono tutor Teen Star e, quando mi son laureata, ho avuto l’occasione di scrivere e proporre una tesi sperimentale proprio sul tema dell’educazione all’affettività e sessualità con persone con disabilità (giusto per darti uno dei dati tutte le 34 persone del gruppo studio e del gruppo di controllo presentavano disabilità intellettive associate a disturbi psichici di tipo comportamentale,relazionale…ecc.).

Ecco l’abstract della mia tesi, se vuoi leggerlo e se scopri che può interessarti posso girarti la tesi.

La presente Tesi di Laurea costituisce un’occasione per condurre una riflessione sul tema “educazione affettiva e sessuale” nell’area della disabilità.
L’interesse è di analizzare le ricadute del programma Teen STAR (Sexuality Teaching in the context of Adult Responsibility) sulla sfera affettiva e sessuale di persone con disabilità, indagando i dati e i risultati emersi dai seguenti indicatori: grado di conoscenza/apprendimento, consapevolezza raggiunta e maturazione socio-comportamentale.
Tale programma, introdotto in una rete internazionale diffusa in quaranta Paesi, propone di sviluppare personalità integrate nella loro dimensione fisica, intellettiva, emozionale, spirituale e sociale, tenendo quindi conto della totalità della persona. Suo principale obiettivo è la presa di coscienza della propria identità attraverso la scoperta del valore della libertà, dell’autodeterminazione e del proprio corpo, approccio radicalmente diverso dai più comuni programmi di educazione all’affettività e sessualità.
Questo metodo è stato proposto nel progetto “Integra” della Cooperativa Cura e Riabilitazione. Lo studio ha previsto 68 soggetti, di cui 34 del gruppo sperimentale (utenti di Cura e Riabilitazione) e 34 del gruppo di controllo (utenti dei servizi Anffas, Solidarietà e Servizi e Cura e Riabilitazione). Il campione è rappresentativo di diverse tipologie di disabilità lieve o medio-grave con un’età compresa tra i 18/55 anni.
Si è proposto il programma Teen STAR, della durata di 12 mesi, al gruppo sperimentale. All’inizio e alla fine del percorso sono stati somministrati 3 test:
1) Test cognitivo/ di apprendimento: test individuale da somministrare: 24 domande chiuse/aperte tratte dal Test del programma TS. Metodo di analisi: risposte giuste sul totale.
2) Test di consapevolezza: test individuale da somministrare: 19 domande aperte tratte dal Test del programma TS. Metodo di analisi: risposte giuste sul totale.
3) Test socio-comportamentale: scheda autoprodotta di osservazione comportamentale. Compilazione a cura dei tutor. Metodo di analisi: attribuzione di un punteggio in base all’osservazione.
È stato poi creato un gruppo di controllo a cui sono stati somministrati gli stessi test.
Dai risultati dei test di apprendimento del gruppo sperimentale emerge un miglioramento mediano di +1,4 punti sulla scala 0-10 e un miglioramento medio di +1,7 tra gli esiti del test iniziale e gli esiti del test finale. La media delle risposte corrette del gruppo di origine che ha svolto il corso Teen STAR risulta essere del 13% più elevata di quella del gruppo di controllo.
Per quanto riguarda gli esiti dei test di consapevolezza, si è verificato un miglioramento del 10% del valore medio della differenza tra test iniziale e test finale; mentre si è ottenuto un valore medio dell’8% in più nella differenza tra t1 e t2 del test socio-comportamentale.

 

Si ritiene che le evidenze emerse dal progetto rompano gli stereotipi sulle persone con disabilità, ritenute spesso incapaci di accedere ai significati dell’affettività e della sessualità e trattate spesso come soggetti passivi verso i quali si può solo evitare l’argomento oppure ridurlo alle “ricette comportamentali” per circoscrivere le conseguenze indesiderate di relazioni affettive e sessuali.
Prima delle soluzioni, invece, si pone il problema educativo-relazionale: comprendere il valore e l’importanza del proprio corpo, sperimentarne le molteplici potenzialità relazionali e generative (non solo biologiche ma anche sociali), scoprire la possibilità di orientare le emozioni e le pulsioni per fini relazionali benefici: è dunque nella prospettiva educativa la vera possibilità.

Marina, per ora in fretta e furia posso risponderti questo, ma continuerò a pensarci e appena potrò proverò ad integrare… spero nel contributo anche di altri professionisti!
Anna