E tu? Cos'hai fatto oggi?

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Davide pubblicato 2 anni fa

Giovedí, ora di pranzo, passo a prendere i ragazzi fuori da scuola per portarli al centro diurno dove, insieme, pranzeremo e poi sceglieremo cosa fare. Una serie di defezioni per malattia (di cui abbiamo saputo qualcosa al momento dell’uscita da scuola dei compagni) mi lasciano a pranzare solo con S., 18enne in prosieguo amministrativo che con le superiori ci ha provato, senza mai riuscirci, quindi passo a prenderlo a casa. Arrivati al centro, apparecchiamo “oggi abbiamo solo il primo!”, S. annuisce e si siede a tavola per servirsi un bel piattone di pasta. “Com’è andata oggi? Cosa hai fatto?” chiedo. Lui risponde con calma e io ascolto tranquillo, finchè le sue labbra pronunciano parole impronunciabili o meglio… In quel contesto, al me piú impulsivo, IMPRONUNCIABILI: “e tu? Cosa hai fatto oggi?”.
Sobbalzo sulla sedia, ma senza farmi troppo notare e per i primi 0,5 secondi mi passano nella testa improperi relativi a quella domanda. “Tu, piccolo utente, anche un po’ depresso, scali il castello del mio potere educativo e ti arroghi il diritto di fare domande?! Come ti permetti?!” penso.
Poi il mezzo secondo finisce e recupero luciditá. Sono davvero cosí indisposto a non cedere nemmeno il potere di fare una domanda cosí quotidiana… Educare alla quotidianità, a un ambiente “normale” sembra così facile. Ma siamo disposti a cedere ogni costrutto? Sedersi allo stesso tavolo non è forse il momento in cui lasciare ogni costruzione e scendere dal proprio ascetico monte per andare davvero incontro a un altro?
Ecco il.mio primo intervento! 
A presto!
Davide

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2 Risposte
Migliore Risposta
Andrea Staff risposto 2 anni fa

Per quanto mi riguarda, hai colto nel segno Davide. “Come stai?”, “Cosa hai fatto oggi?”, “é andanta bene a scuola/lavoro?” penso siano domande tanto quotidiane quanto, a volte, complesse e scomode. Non a caso spesso si tende a rispondere in modo sbrigativo e convenzionale con una risposta che sta bene un po’ a tutti, vale a dire: “Bene”.
Io stesso che pongo la domanda, in fondo, forse ci spero che la risposta sia proprio quella, tranquilla, usuale, che non richiede un grosso sforzo e contatto. Al contrario, quando spetta a me rispondere magari sto anche attento ad utilizzare un tono convincente e a non far trapelare sfumature compromettenti che potrebbero mettermi nella condizione di dover rispondere ad ulteriori domande.
Ci sono volte che questa domanda mi viene posta dai ragazzi, dai colleghi ma anche da persone che incontro per strada e francamente penso che siano poche le volte in cui mi sono soffermato a rispondere in modo autentico alla domanda, a condividere con loro dei pezzi di realtà che mi riguardano e che inevitabilmente incidono nelle relazioni che intrattengo con le altre persone con cui vivo quotidianamente.
Dai ragazzi mi aspetto che rispondano bene ed in modo esaustivo alla domanda, che facciano un lavoro di rielaborazione e che siano in grado di riportarlo. Tuttavia ciò che chiedo loro di fare probabilmente non è ciò che io faccio quotidianamente con loro. Non mi pongo da modello nè insegno tramite me stesso come si può fare. Paradossalmente chiedo ma non ricambio, mi aspetto di avere informazioni in più ma non ne do. Ecco che lo scambio viene meno, probabilmente la relazione stessa ne inficia e risulta un po’ meno autentica. La prossimità fatica a svilupparsi in quanto, necessariamente, richiede biunivocitá.
Sin da oggi ripartiró da qui, da questa consapevolezza in piú, tentando di porre maggior attenzione a questi aspetti quotidiani costitutivi dell’esperienza educativa che ho il compito di presidiare. Grazie dello stimolo 🙂

Vincenzo Staff risposto 2 anni fa

Salve Davide, un intervento figo. Ci sai fare come educatore. Più ti metti in gioco più indovini la risposta. Mi hai fatti venire in mente un gran bel film: “Qualcuno volò sul nido del cuculo”. Se lo hai visto son certo che troverai la similitudine. Se non lo hai visto cercalo e mi dirai. By Vincenzo