I miei “Perchè” da Educatore!

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Foto del profilo di PieroPiero pubblicato 3 mesi fa

Cara amica, oggi voglio provare a raccontarti uno tra i miei “Perchè” più ingombranti e difficile da esprimere, il mio “Perchè” del lavoro da educatore.

Fin da bambino stavo con gli sfigati.
Il mio primo amico alle elementari era Davide un bambino Down, poi ho fatto amicizia con quello che si cagava sempre addosso, poi con Luca quello che saliva sui tetti per fare il bullo ed attirare l’attenzione…. poi con il cinesino sempre sporco che non diceva mai una cazzo di parola in italiano.
Crescendo la storia non è cambiata, anzi direi che si è radicalizzata….

Ho passato anni a chiedermi che cazzo sapessi fare e cosa potesse farmi stare bene, realizzarmi ecc…alla fine, esperienza dopo esperienza ho capito cosa so fare, quello che senza pensarci troppo avevo sempre fatto: stare con i disagiati.

Io so vedere il bello nonostante… e la cosa assurda è che mi riusciva senza impegnarmi, senza dover studiare dei noiosissimi libri, senza essermi dovuto imparare un mucchio di cose, mi veniva naturale.
Quando gli altri vedevano solo immondizia, io ci vedo un sacco di cose belle: tantissima speranza, futuro, vita, riuscivo a trovare tutte le cose belle che sapevano fare, talenti preziosi e nascosti.

Insomma entravo spontaneamente in relazione con tutte le persone che gli altri non volevano conoscere, che non volevano guardare, invece a me attiravano come una calamita: stare con loro, mi dava il senso per stare con gli altri.

Sai Clara, sento che questo importantissimo perché è un pò passato, si è arrugginito….in questo periodo fatico, arranco, mi chiudo e mi deludo e vabbè …..ma so che tornerà come prima, anzi sarà una fiamma molto più forte, solo che ora, non so come fare ad accenderla.

Maledetta pigrizia Salvatore prendi un bel libro leggi cazzo, scrivi cazzo, informati ma…. nulla, non mi muovo sono fermo: le mie sizze, il Pub e la routine.

Boh. Anzi Minchia Boh (cit)

Propongo cambiamento ma in questo momento, mi sento un fossile.

E penso che vorrei che dovrei partire, andarmene senza salutare per ritrovare questo perché che qui vedo solo a tratti, ma più che partire mi sembra un fuggire e allora rallento…da che cazzo scappi si può sapere?

Ho scelto di fare l’educatore perché voglio essere pazzo per essere sano, voglio essere folle per godermi la vita, voglio correre controvento dove nessuno va, dove tutti dicono: “No, non ci andare!”

Clara questo mi viene da urlare: “Io voglio osare, voglio perdere l’equilibrio e vivere il mondo.” e così aspetto, attendo,di rivivere risentire e riscoprire i miei perchè!”

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1 Risposte
Foto del profilo di VincenzoVincenzo Staff risposto 3 mesi fa

Quei perché che non sai. E mai saprai.

Ciao, te la passi alla grande vedo. Non ti rispondo per consolarti. Anche perché la consolazione non la posso sopportare. Preferisco l’impotenza di non potere fare niente se non dirti che le tue parole me le porto a casa. E te ne lascio alcune mie seppure non richieste.
“Ci son momenti che non sai più che fare. E allora aspetti e poi aspetti ancora difendendo quel niente che senti con quel nulla che hai. E lo senti che sarebbe inutile e senza senso agitarti. Puoi solo aspettare perché intorno non c’è niente, tutto inghiottito da un vuoto senza appello. Devi aspettare. E quello che ti inginocchia non sono tanto i colpi e i cazzotti che senti pioverti addosso, no. Non è questo. Bensì quel tetro orizzonte che ti artiglia e tu non sai se e quando lascerà il posto ad un altro meno oscuro e pesante. Forse domani, tra un mese tra un anno o forse mai. E l’unico lusso che senti poterti consentire sono un paio di lacrime veloci e di nascosto che non servono però a lenire neppure i lembi di quella tua solitudine e della tua umana impotenza. Non ti resta che abbracciarti allora con solo le tue braccia. Perché quando vorresti tutti gli abbracci del mondo sei sempre solo. Non ne trovi mai neppure mezzo”.
“Ho imparato l’alfabeto del dolore sin da piccolo. Non importa la causa, van bene tutte. L’ho imparato talmente bene che so la lingua in modo conturbante. Quasi fosse la mia prima lingua. Forse per me è così. L’ho imparata, infatti, da quando avevo tre anni per cui ci può stare. Primo o poi tutti ci facciamo i conti anche se per alcuni è pane quotidiano. Io la mastico ormai da 60 anni. L’ho imparato talmente bene che è difficile che sbagli il colpo. Difficile che faccia errori. E senza andare a scuola. O meglio a scuola ci sono andato, ma quella della vita e della strada. In cui non si paga niente per entrare ma gli esami te li fanno fare anche se sei assente. Forse è per questo che mi pigliano bene i dirottati della vita. Li scorgo subito alla prima occhiata. Forse è dall’odore che li scovo perché il dolore si scopre dall’odore. Gente dirottata con cui giocare a mosca cieca per uno straccio di possibilità. Che tra l’altro non sai mai che cazzo sia e non trovi più appena credi averla vista. Stare con i dirottati mi ha fatto sentire a volte uno strano eroe. Visto che gli eroi sono, sempre, degli scherniti e invisibili sognatori. Quasi mercenari. Sempre pronti, di nascosto, a vendersi l’anima perché questo mondo del cazzo sia di tutti e non per pochi. Gente che rammenda calzini senza ago né filo. Che non usa profumi per mentire al sudore. Che non sfila mutande firmate per dare il buongiorno. E non sgomita comparse per avere un suo nome. Gente che trovi sempre quando la vita ti ha dirottato. Che non gli importa di bandiere, chiese o del tuo colore, ma se la chiami non è mai occupata. Che non manca mai là dove qualcuno non ce la fa più. Gente che poi, sempre in silenzio, sparisce senza gloria e medaglie. Così che la fottuta vita ritrovata sia la sola ricompensa”. Mi sa che sono malato. E che non guarirò più. Un disturbato perché sta bene solo se dirottato.
Ah, ho visto che hai usato la parola osare. Ok, allora ti riporto dei pensieri che buttai giù un giorno sull’osare:
“Osare è la grande bellezza dell’educare.
Osare è perdere momentaneamente l’equilibrio. Solo in questo modo è possibile sconfinare in quella bellezza che stravolge due realtà  altrimenti impossibili.
L’equilibrio è normalità . E questa è ovvietà .
Ma l’ovvio è recinto, confine.
L’ ovvio è esclusione.
Solo i disturbati osano i territori della non-normalità .
Solo i disturbati osano la grande bellezza dell’educare.
Solo i disturbati sentono la pioggia gli altri semplicemente si bagnano.

Certi perchè li senti, li vivi, li ridi e li piangi. Ma non li spieghi mai.
Stammi bene.