“Il conflitto, vincolo o possibilità?”

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Anna Staff pubblicato 2 anni fa

È possibile pensare al conflitto come un elemento generativo, creativo, come una risorsa per la costruzione di relazioni interpersonali? Il conflitto è vincolo o possibilità all’interno delle relazioni tra i membri di un gruppo o di un’équipe?
Il termine “conflitto”, spesso, nella nostra cultura evoca concetti o immagini sgradevoli, rimandandoci ad aspetti negativi quali ad esempio lo scontro, l’aggressività e la contesa. “Il conflitto non è una malattia misteriosa di cui non si conosce la causa, ma è piuttosto un processo fisiologico che, se non viene regolato, può diventare una malattia. Ogni situazione lavorativa è di necessità conflittuale[…]. Il conflitto è una qualità umana come il mangiare, il bere, il camminare ed il comunicare, solo che ci si riferisce non ad una qualità individuale, ma ad una qualità relazionale. In particolare, il conflitto non è una patologia relazionale, ma è la relazione in se stessa” (Spaltro, De Vito Piscicelli , 1990).
Il conflitto, quindi, è una realtà sempre possibile in qualunque tipo di gruppo per il semplice fatto che il legame tra elementi individuali e collettivi evoca sempre sentimenti contradditori, che devono essere gestiti all’interno della vita del gruppo. Il mio interesse sta nell’indagare anche le motivazioni del sorgere di situazioni conflittuali e tentare, nel mio piccolo, di rispondere al perché esse emergono e quando diventano esperienze che aprono a possibilità positive e quando invece sono vincoli che isolano. Il conflitto- come descritto nel testo “Gruppo di lavoro. Lavoro di gruppo” a cura di Quaglino, Casagrande, Castellano- è un’esperienza familiare e ben nota a chi lavora in gruppi. Può essere definito come uno scontro di forze opposte rappresentate da idee, risorse, interessi, competenze, capacità, desideri e bisogni. Queste forze opposte si esprimono generalmente in antagonismo e in forme di incompatibilità tra le persone. Come detto in altra forma, “ogni situazione lavorativa è di necessità conflittuale” in quanto in essa coesistono sempre situazioni di diseguaglianza fra i componenti di un gruppo di lavoro e, nella struttura intrinseca di quest’ultimo, sono presenti posizioni differenziate sia per quanto riguarda lo status sia per quanto riguarda i ruoli assunti. Se la diseguaglianza fra i membri del gruppo rappresenta un elemento fondante della strutturazione e della relativa stabilità del gruppo di lavoro, allo stesso tempo costituisce anche una possibilità di conflitto, in quanto le gerarchie e le differenziazioni di ciascuno non sono date per assodate una volta per tutte. Nella storia del gruppo, inoltre, si possono presentare situazioni o eventi particolari che rimettono in discussione la stabilità del gruppo stesso e necessitano la ricerca di nuovi equilibri: ad esempio l’entrata o l’uscita dei suoi componenti, il cambiamento di alcune regole, l’introduzione di nuovi obiettivi, ecc…
Vorrei sottolineare l’importanza dello scambio comunicativo autentico, in cui i membri rispettano posizioni diverse e anche contrarie fra loro, in cui la discussione permette di mettere a confronto pensieri, conoscenze, esperienze, pur creando in prima istanza sentimenti di incertezza e disagio. Le riflessioni che nascono permettono non solo un arricchimento della persona, ma anche una riformulazione del problema e la scoperta di nuove soluzioni creative. Questi scambi sono impegnativi perché richiedono un investimento di energia e di coinvolgimento personale, richiedono tempo e creano un clima di gruppo apparentemente disordinato e sicuramente più difficile da disciplinare. Per gestire il conflitto costruttivamente occorre, innanzitutto, uscire dalla logica colpevolizzante per entrare nel cercare le ragioni e le cause della discussione; attuare dei processi di negoziazione, e non di baratto, per cercare di arrivare ad una soluzione; non riportare il centro dell’attenzione a opinioni individuali ma portare argomentazioni basate sui fatti e su dati oggettivi.
La sfida educativa porta in sé una sfumatura nuova che è quella della relazione, ovvero nel cercare attivamente i punti di contatto tra le proposte espresse mettendo in relazione appunto le diverse ipotesi con obiettivi e compiti. Educare significa anche mettere in luce le differenze, non appiattirle ma esprimerle in modo chiaro e comprensibile, valorizzando così l’individualità di ciascuno e supportando la valenza differenziale invece che promuovere l’omologazione, distruttiva della persona.
Il tema dell’esperienza del conflitto è interessante se diventa desiderio di un ancoraggio oggettivo, contro ogni riduzione soggettivistica. Indagare la verità delle cose: questo è ciò che durante il processo educativo si dovrebbe affrontare come proprio del conflitto. Si deve, prima di tutto, riconoscere e vedere un problema, come qualcosa da esaminare e verificare, paragonandolo alla propria esperienza.
Nel confronto, che è incontro/scontro con l’altro, si apre un dialogo che ha però una certezza alla radice, quella che affermo qualche riga più avanti. “I criteri che fondano una comunicazione efficace fanno riferimento al confronto e allo scambio. Una comunicazione efficace richiede, cioè, che tra i membri del gruppo avvenga un reale incontro delle diverse informazioni possedute, dei dati, e un’integrazione delle differenze esistenti”[1], sempre che quest’ultime siano percepite come un valore e come una risorsa. La scambio, sia dal punto di vista del contenuto sia dal punto di vista delle relazioni, rappresenta inoltre una possibilità di apprendimento per tutti i gruppi e gli individui disposti ad “offrirsi” reciprocamente come opportunità di arricchimento di esperienza e competenza nel lavorare insieme.
Una relazione aperta, un dialogo protratto fra due parti è un’esperienza alla quale il tempo dà profondità crescente. Se non si lascia la possibilità di conoscere l’altro ogni giorno di più, la certezza su cui si è fermi diventerà una noiosa monotonia, che il passare del tempo impedirà il processo di conoscenza e novità sempre presente che è l’altro. L’esperienza ha indicato una via concreta per l’incontro: se si imparasse da ciò che accade, ogni cosa diventerebbe occasione per crescere, così da acquistare una più matura coscienza di sé. Per questo ritengo che la chiave di un conflitto sia il dialogo, la comunicazione.
Ciò che più è interessante, per la mia esperienza personale e professionale, è sottolineare quella idea di dialogo che fa da spartiacque tra vincolo e possibilità come modalità di risoluzione di un conflitto. Se io fossi totalmente tagliata fuori dal mondo e dagli altri, e fossi sola, non troverei nessuna novità. La novità, infatti, viene sempre dall’incontro/scontro con l’altro. Il dialogo non è altro che quel misterioso strumento che veicola i rapporti, è apertura senza limite. Vivere il conflitto attraverso il dialogo permette di paragonarsi con l’esperienza dell’altro e con la coscienza che porto io.

[1] “Gruppo di lavoro. Lavoro di gruppo”, a cura di Quaglino- Casagrande- Castellano, pag. 146, ed. Cortina, Milano 1992

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