Il lavoro educativo nelle dipendenze

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Marco Staff pubblicato 1 anno fa

Relazione sul corso di formazione: “Il lavoro educativo nelle dipendenze”

 
Buongiorno cari colleghi e colleghe, ecco a voi il resoconto del corso di formazione tenuto dal professore Celata dal titolo: “Il lavoro educativo nelle dipendenze”. Le lezioni si sono svolte in cinque incontri, per un periodo di tre mesi, e un totale di quindici ore.

 
Siamo partiti ragionando sul fatto che i nostri comportamenti sono spesso guidati dai pregiudizi: il “sentire collettivo” e il “sapere comune”, ovvero tutto ciò che abbiamo interiorizzato, ci condizionano senza che noi ce ne rendiamo neanche conto.

 
Fin da bambini, infatti, i processi di socializzazione ci hanno insegnato cosa fare e cosa non fare, generando in noi rappresentazioni che condizionano il modo con cui ci relazioniamo al mondo. Ragioniamo, ad esempio, sulla percezione che abbiamo delle siringhe: appena ne vediamo una a terra, alla nostra mente viene richiamata un’idea di pericolo, come se all’improvviso potesse animarsi, muoversi, saltarci addosso e pungerci. Paradossalmente, la stessa cosa non avviene per l’alcol, a cui la nostra società è abituata fin da tempi antichissimi. Siamo abituati a vederlo dovunque: a tavola, in tv, sui cartelloni pubblicitari, allo stadio, in chiesa, sugli scaffali dei supermercati, e per questo motivo non ci spaventa. In questo caso, i nostri comportamenti diventano molto più permessivi perché il problema ci appare come meno pericoloso, ma il pregiudizio permane, forse in maniera ancora più subdola,: il rifiuto sociale dell’alcolismo conclamato ne è un esempio quotidiano.
L’educatore che lavora nel campo delle dipendenze si trova ad operare in un setting[1] abitato da tantissimi stereotipi che condizionano tutti, dall’utente all’operatore, nessuno escluso: “il tossicodipendente è un viziato”, “il tossicodipendente è uno che se l’è cercata”, “poverino, è vittima del sistema”. Si potrebbe continuare all’infinito, anche perché il pensiero comune non è statico nella storia, ma oscilla e assume significati diversi a seconda del conteso culturale in cui si colloca e condiziona non solo l’uomo qualunque, ma anche le diverse metodologie di lavoro educativo e gli stessi servizi.

 
Noi educatori non siamo esenti da questi processi, ma la professione che abbiamo scelto ci chiama a gran voce ad interrogarci costantemente su quali siano le implicazioni, nostre e collettive, rispetto alla dimensione dello stigma: andiamo ad analizzarlo brevemente.
La società considera le sostanze illegali, perché le persone che le usano vengono percepite come imprevedibili e quindi potenzialmente pericolose; la droga quindi è vietata, non perché faccia male, ma perché è pericolosa, ed è pericolosa in quanto vietata. Il contesto sociale fa quindi estremamente fatica a relazionarsi con il tossicodipendente, perché ne ha timore. Questo processo è bidirezionale: il drogato sente e vive su di sé questo stigma e, anche a partire da questo, costruisce la sua identità.
Per questo motivo una metodologia educativa adottata è quella del disorientamento cognitivo.

Facciamo un esempio: l’educatore deve affrontare un colloquio conoscitivo, entrano due persone, madre e figlia, l’educatore chiede:

“chi è il paziente?:

Così facendo, mette in dubbio un meccanismo automatico di riconoscimento ed attua un intervento terapeutico che obbliga i soggetti a ricollocarsi nella situazione e permette all’operatore di essere visto sotto un punto di vista diverso: crea l’occasione, grazie allo stupore, di lavorare su un piano più aperto.

 
L’educatore, in quanto professionista, deve avere la capacità di comprendere quello che “risuona” dentro di lui, perché le sue azioni e i suoi gesti sono professionali: ci è richiesta una capacità critica costante nei confronti dei nostri pensieri e dei nostri comportamenti verso l’altro, perché, quando instauriamo una relazione educativa, ci muoviamo in una dimensione (che verrà analizzata approfonditamente nelle prossime pagine) dove si mettono in dialogo le alterità, che mira alla scoperta dell’altro nella sua unica ed irripetibile singolarità.

 
Se non siamo in grado di pensare che in una situazione di alterazione mentale si possa stare benissimo, perché abbiamo solo in mente che usare eroina è “da stupidi”, come faremo ad entrare in relazione con il nostro utente che ci è affidato per essere aiutato?

 
Il lavoro educativo, nell’area delle dipendenze, ha inoltre un compito di controllo sociale che rischia di confonderci ed ancorarci ancora di più ai pregiudizi, con il rischio di generalizzare e interpretare: ad esempio, potremmo limitarci ad avere un atteggiamento di custodia, dimenticando l’importanza del “prendersi cura”.

 

Oppure potremmo colludere con il meccanismo di conformità (“lo fanno tutti, quindi non è così pericoloso”); questo pensiero può portarci ad avere atteggiamenti pericolosi e a sottovalutare ad esempio il consumo di cannabis da parte di un adolescente, rinunciando ad informarlo e a renderlo consapevole dei rischi, provati scientificamente da diversi studi neurologici, sui danni che un prematuro consumo di sostanze può apportare alla plasticità celebrare.

 
L’educatore dovrebbe sospendere il giudizio, perché solo così, senza il filtro del pregiudizio, possiamo distanziarci da tutti quei processi cognitivi ed emotivi che ci condizionano. Processi che, se da una parte aiutano a orientarsi nella complessità del mondo, dall’altra non ci permettono di fare il nostro lavoro, tenendoci ancorati a noi stessi, quando invece è necessario lasciare andare una parte di sé, rinunciare alla sicurezza e alla tranquillità delle idee che abbiamo fin qui avuto, per permettere di toccare l’altro, entrarci in relazione, attraverso la creazione di uno spazio simbolico condiviso (terzo ordine) e far emergere ed aprirci, grazie alla condivisione dell’esperienza presente, al futuro.

 
La sospensione del giudizio non può non richiamarmi alla curiosità (che nel ragionamento riportato ne può benissimo rappresentare un sinonimo), che è la più potente motivazione alla passione del sapere. La curiosità si accende solo a partire dalla consapevolezza della nostra incompiutezza, il “so di non sapere” socratico: solo con questo atteggiamento, con questa passione, le persone possono aspirare al cambiamento. La curiosità ci permette di lavorare con la nostra utenza con un atteggiamento volto a cogliere i veri bisogni, che stanno dietro alla situazione di dipendenza, e a progettare risposte non figlie di pregiudizi o da “catena di montaggio” aziendale, ma pensate intenzionalmente per ciascun utente, portatore di uniche ed irrepetibili specificità.

 
Lasciare i pregiudizi non vuole dire rinnegarli, ma trattarli; sospendere il nostro giudizio non è un sofisma teorico ma un atto, un’azione professionale di grandissima importanza, che è solo apparentemente invisibile, perché immateriale, ma lascia il segno perché indica l’unica via che ci permette di incamminarci in un percorso di vera conoscenza dell’altro.

 
Saper riconoscere ad un tossicodipendente l’importanza di quanto sia difficile rinunciare alla sostanza che ti fa stare così tanto bene, ci può permettere di essere visti in una logica priva di pregiudizi e creare un’alleanza e un terreno comune su cui lavorare.

 
Il lavoro nelle dipendenze ha a che fare con l’individuo, il suo stato fisico e psicologico e la sua relazione con l’ambiente; nella relazione con il tossicodipendente, quindi, non bisogna avere un atteggiamento moralistico e fare la solita ramanzina su come stia sprecando irrimediabilmente la propria vita (che, come si è spiegato, impedisce di entrare in contatto con il paziente), ma bisogna consideralo come malato: si è tossicodipendenti non per mancanza di volontà, non per vizio, ma a causa di una patologia, sia sotto il profilo organico sia sotto quello sociale, con cause e una complessità multifattoriali.
Prima di addentrarci a spiegare come avviene il lavoro educativo, dobbiamo esplorare più a fondo il setting e comprendere il funzionamento del mercato della droga nella società odierna.

 
Il mercato delle droghe è cambiato radicalmente tra gli anni novanta e gli anni duemila: si è passati da un mercato di nicchia ad un mass market. La diffusione del HIV ha portato a tantissimi contagi e morti tra i tossicodipendenti da eroina, diffondendo paura nei confronti delle siringhe. L’eroina, negli anni novanta, è andata così incontro ad un declino, mentre nuove droghe sintetiche (cocaina, ecstasy, amfetamine) ne hanno preso il posto. Questo cambiamento ha creato un nuovo mercato della droga, di tipo push, in cui l’offerta genera la domanda.

Come in un supermercato, il soggetto, non necessariamente consumatore, incontra diversi tipi di sostanze: le droghe non sono più cercate, ma trovate. Il push market suscita nel cliente la domanda “perché non provare?” e rende l’assunzione di sostanze un bisogno indotto. Questa tipologia di mercato è molto più pericolosa perché vi siamo abituati fin dalla nascita.
La legislazione è impotente di fronte a questo fenomeno, perché la possibilità chimiche di crearne di nuove, che non risultino illegali, è incontrollabile. Però, ci sono stati dei passi avanti importanti, come la legge 309 del novanta, che fa in modo che lo Stato italiano debba predisporre una compagna informativa sulla pericolosità delle droghe.
Conoscere tutto ciò permette di comprendere l’importanza dell’oggettività, ovvero prendere coscienza, in maniera critica, della propria modalità di stare nel mondo. Come educatori dobbiamo lavorare anche in questa direzione: disporre esperienze di apprendimento che permettano alla persona di oggettivare la realtà che la circonda, pensare percorsi che facilitino la presa di consapevolezza del fatto che il mercato addomestica la volontà individuale, portare il tossicodipendente alla deduzione che spesso, quando si usa droga, lo si fa senza pensare e, quindi, senza libertà.

In sintesi, ci aiuta nell’accompagnare il nostro utente ad assumere coscienza delle sue azioni.
Il setting in cui operiamo è un dispositivo presente, con cui l’educatore deve sapere fare i conti. Sta a noi, al nostro ruolo, elaborarli con le persone, altrimenti il rischio è di comportarci o come ne “La volpe e l’uva” e non cogliere mai l’occasione per significare, nominare insieme l’esperienza che sta accadendo, oppure, rischio ancora più pericoloso, di non presidiare i significati impliciti o espliciti che ci circondano e lasciare che la situazione prevalga sul senso.
In classe, a questo punto, abbiamo ragionato su quanto nella nostra società sia facile costruire modalità dipendenti, che si possono sviluppare fin dalla relazione mamma-bambino (che è il periodo cruciale in cui si sviluppa un adattamento sano rispetto al contesto); pensiamo, ad esempio, al fenomeno della compressione degli spazi vuoti e alla conseguente rigidissima organizzazione del tempo: non abbiamo neanche un momento per fermarci a pensare, per stare con noi stessi, non siamo educati ad ascoltarci.

 
Analizziamo il meccanismo sociale e culturale di tipo consumistico, con il quale le nuove generazioni sono state “formattate”: esistiamo nella misura in cui consumiamo. Oggi è lo stesso mercato che induce il bisogno e crea comportamenti dipendenti; c’è una nuova fenomenologia di comportamento, un nuovo meccanismo deresponsabilizzante: noi non cerchiamo, troviamo.

I bisogni ci vengono indotti (le tecniche di marketing ne sono un esempio quotidiano: scegliamo in base a quello che ci viene messo davanti) e il risultato è che non siamo più in grado di pensare da soli e abbiamo bisogno di un aiuto esterno.
Il consumo delle droghe in Italia è quindi anche un fatto culturale: non si può semplicemente ridurre al desiderio di “fuggire dal mondo”, ma rappresenta uno dei modi per starci. Le sostanze rappresentano un sostegno per affrontare la vita nelle sue varie sfaccettature.

 
La teoria dell’Esperienza Ottimale, sviluppata a partire dagli anni ottanta, rappresenta una cartina geografica (non uno strumento di lavoro) del nostro ragionamento. Per esperienza ottimale si intende quell’esperienza che ci gratifica, che ci soddisfa: rimaniamo in quella situazione perché ci sentiamo totalmente appagati, e il nostro corpo ne è alla continua ricerca. L’esperienza ottimale è un equilibrio tra uno stato di noia e uno di ansia, causati dalla percezione della situazione in base alle proprie capacità. L’assunzione di sostanze, in questa prospettiva, si evidenzia come un tentativo da parte della persona di cercare un aiuto al di fuori di sé; questo aiuto non serve al soggetto per scappare, ma per stare nel mondo in maniera ottimale.

 
Per capire quanto detto basta pensare a noi stessi, a come ci capita di comportarci:  Quante volte abbiamo fumato una sigaretta per stare a nostro agio in una situazione? Quante volte abbiamo bevuto un chupito per fare un brindisi? Quante volte abbiamo stappato una birra per noia?
La droga crea adesione a norme sociali. Proviamo a pensare, per assurdo, se all’improvviso, da un giorno all’altro, venisse vietato il ghiacciolo d’inverno. Cosa succederebbe? Tantissime persone che non lo avrebbero mai mangiato in quella stagione lo inizierebbero a volere, a comprarlo sottobanco: lo farebbero per trasgredire, per attuare comportamenti che vanno contro le norme sociali, ma il risultato quale sarebbe?

 
Quando si arriva alla creazione di nuovi comportamenti stereotipati, quel singolo gesto che inizialmente poteva apparire come simbolo di libertà diventa, anch’esso, norma sociale. La droga, pesante o leggera che sia, non può essere una via per emanciparsi, ma è uno tra i più forti collanti dei ruoli sociali, è una stampella che ci offre l’illusione di avere un’alternativa ad un mondo che non siamo capaci di fronteggiare.

 
Bisogna cercare nel lavoro educativo di produrre esperienze ottimali che ci permettano di creare situazioni di equilibrio autentico, tenendo sempre presente che è l’oggetto ad imporre il metodo.
Come detto, esistono tantissimi modi di guardare al tema delle dipendenze, ma non potrà mai esserci un’unica chiave interpretativa. Il lavoro educativo nelle dipendenze non viene agito solo nei servizi che si occupano di tossicodipendenza, ma è trasversale: può e deve essere fatto in e a partire da un qualsiasi contesto educativo. Questo lavoro si divide in due aree:

  • il lavoro educativo di prevenzione, che ha come oggetto intenzionale ciò che viene prima della dipendenza da sostanze stupefacenti.
  • il lavoro educativo riabilitativo/terapeutico, che si occupa di trattare le dipendenze patologiche e ha come oggetto intenzionale la presa di consapevolezza e l’elaborazione dello stato di tossicodipendente.

Come si è detto, la dipendenza è una malattia: il nostro organismo, con l’introduzione della sostanza, sviluppa a poco a poco una tolleranza, in seguito un’assuefazione (ovvero l’organismo si abitua), e infine una dipendenza, che si manifesta quando si sospende l’assunzione della sostanza per un certo periodo di tempo. Creving è un termine tecnico che sta ad indicare il momento in cui la persona sente il richiamo della sostanza da cui è dipendente. Il creving e le crisi d’astinenza, che non sono solo psicologiche ma anche fisiche, cessano non appena si assume di nuovo la sostanza.

 
Le sostanze si dividono in due tipologie: psicoattive (agiscono sul cervello, producendo attivamente delle alterazioni, ad esempio l’alcol) e psicotrope (modificano il funzionamento del cervello, ad esempio gli allucinogeni). È opportuno distinguere, prima di addentrarci nel ragionamento, che esistono dipendenze fisiologiche, necessarie per vivere, e dipendenze patologiche.
Come abbiamo già detto le sostanze servono a colmare dei bisogni: nella sostanza il tossicodipendente trova il sostituto perfetto. Il lavoro educativo, partendo da questo presupposto, deve andare nella direzione di aiutare la persona tossicodipendente a recuperare l’equilibrio perduto senza fare uso della sostanza, stimolando per esempio l’esperienza ottimale, per individuare dei punti di riferimento migliori rispetto a quelli trovati con la sostanza.

 
Le persone che sviluppano una dipendenza non partono necessariamente da una situazione patologica, quindi la possibilità di diventare tossicodipendente fa parte delle possibilità che qualunque persona potrebbe incontrare nella vita.
Questo ragionamento ci permette di addentrarci nel concetto di Terzo Ordine, precedentemente menzionato. Il setting è un sistema di vincoli che producono significati; la consapevolezza di lavorare all’interno di questo dispositivo ci permette di capire che la relazione educativa che instauriamo con l’utente dovrà essere collocata in una nuova dimensione di mediazione tra noi e l’altro: un salto insieme verso un nuovo equilibrio che ci permette di costruire nuove modalità di essere noi stessi, di esplorare nuove esperienze, attraverso cui elaborare quelle passate.
Quando si costruisce una relazione educativa e si lavora nel terzo ordine, deve essere chiara la presenza o l’assenza della sostanza, non si può fare finta di niente, perché interferisce. Nel lavoro terapeutico riabilitativo non devono esistere segreti.

Quando si lavora in una comunità terapeutica anche l’operatore fa parte del dispositivo terapeutico: se, ad esempio, non viene chiarito che l’educatore è lì per occuparsi della salute del paziente, questa incomprensione può rappresentare un problema; allo stesso modo, se c’è un provvedimento del tribunale per l’affido di un bambino e il paziente, genitore, cerca di negare una ricaduta, l’ operatore non può colludere con esso, perché non si darebbe senso al processo di consapevolezza sul significato di quella ricaduta.

 
Questa modalità rappresenta l’unica strada percorribile, perché, affinché vi sia apprendimento, deve esserci partecipazione e il terzo ordine è per sua natura condiviso; educatore ed educando sono entrambi co-agenti all’interno di questa dimensione.

 
L’intervento educativo non dovrà essere né prescrittivo né unicamente orientato al vissuto e alla storia passata dell’utente, ma fondato sull’esperienza concreta condivisa (interazione) nel qui ed ora. Ogni individuo, infatti, ha grandi risorse dentro di sé ed è in grado di elaborare in maniera indipendente ciò che vive; il nostro lavoro educativo ha come focus il presente indicativo, a partire dal quale è possibile per l’utente rielaborare la propria esperienza passata.

Quindi, noi educatori orientiamo verso il futuro la nostra azione e il nostro intervento.
Le regole devono essere uno strumento e non un fine del nostro lavoro; esse ci permettono di muoverci e agire nella relazione. Confondere il mezzo con il fine rischia di orientare il lavoro educativo nella direzione di una deresponsabilizzazione del soggetto, creando in esso un adattamento.
Noi, come educatori, siamo consapevoli che l’uso di sostanze è un problema che riguarda la salute individuale e pubblica, ma non possiamo pretendere che tutte le persone ragionino alla stessa maniera: non possiamo togliere alle persone il potere di pensare e di essere ciò che vogliono.

Ragionare su questo vincolo, però, non necessariamente limita la nostra azione, perché ci apre ad altre possibilità, come quella di riflettere sul fatto che non esiste persona al mondo che voglia stare male; per questo motivo, troveremo sempre un seppur minimo appiglio, una parte, magari quasi invisibile, sulla quale sia possibile poggiare le fondamenta del nostro lavoro.

Ed è proprio da lì che dobbiamo partire: dalla parte sana delle persone.

Milano, 10 Gennaio 2016

 
Marco Muzzi

 
[1] Il Setting, come scrive il Professore Igor Salomone nel suo libro il Setting Pedagogico è il luogo semantico, transizionale, simbolico che colloca l’agire educativo entro dei vincoli i quali ci danno la possibilità di significare quello che accade a partire da ciò che non può accadere

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1 Risposte
Anna Staff risposto 11 mesi fa

Ciao Marco,
avendo partecipato anche io allo stesso corso vorrei integrare quanto scritto con la mia relazione:
Il corso di “Metodologie delle Dipendenze” è esordito con il punto fondante dell’educazione e, ancora più, l’educazione in un’area come quella delle dipendenze: la questione interessante, per la maturazione e formazione di un educatore professionale, non è quella di eliminare i propri stereotipi e pregiudizi, ma sviluppare una consapevolezza di essi, conoscere se stessi, approfondire, esplicitare e chiarire quali siano le proprie credenze implicite, i propri valori intrinseci, le conoscenze acquisite della materia ed i pensieri che lo abitano. È necessario fare attenzione alle proprie matrici culturali perché ciò che si pensa a riguardo dei temi nell’area della dipendenza, passa indirettamente nel modo di lavorare e vivere e, soprattutto, passa attraverso i messaggi che si propongono all’interno del setting educativo. Perciò si è svolto un esercizio in cui veniva indagato il differenziale semantico che declinava il valore affettivo dei concetti che sono stati trattati nel corso, quali per esempio il concetto di alcolizzato e di alcol, di cocainomane o di cocaina.
Inoltre, riguardo alla dipendenza, siccome il fenomeno cambia, e come sostanze e come motivazioni, è necessario avere una base consapevole rispetto alla concezione di essa, ma proprio per la mutevolezza di tale tema, l’educatore deve essere in grado di mettersi in discussione ogni volta e cambiare prospettiva e punto di vista continuamente.
La persona spesso non è guardata separatamente dalla sua dipendenza e l’educatore dovrebbe essere in grado di lavorare su piani diversi per poter guardare la persona nella sua globalità, perciò c’è bisogno di una diagnosi multidisciplinare. In particolare si impone una differenza tra abuso e dipendenza, che permette di sottolineare (essendo l’abuso un uso non fisiologico e la dipendenza una problematica multidimensionale) la necessità di figure professionali multidisciplinari che, attraverso un lavoro di équipe e di rete, possano osservare e curare la persona in modo più completo e più efficace.
L’uomo fortunatamente non è solo una “fascia” di bisogni ma è innanzitutto un essere in relazione, per questa ragione la relazione, che è il focus dell’educatore, è essenziale per uno sguardo totale alla persona. Essa è in un “qui ed ora” entro spazi e tempi condivisi, e avviene in un “terz’ordine” assumendo posizioni asimmetriche: io sono, io so, io faccio (so di essere, so di sapere, so che sto facendo). È proprio questa intenzionalità -aggiungerei personalmente tenendo conto della “razionalità limitata” del lavoro umano- ciò che caratterizza il lavoro educativo. Dove si costruisce il terz’ordine? In un qui ed ora che si basa su momenti diversi. La difficoltà che si incontra in questo punto è dettata da una compressione spazio-temporale.
Possiamo ora focalizzarci sullo sviluppo storico del tema della dipendenza. Osserviamo come in passato il consumo di droghe era un comportamento considerato trasgressivo (era un mercato di nicchia dato da un contesto contro- culturale) perché emergeva entro un’epoca storica moralista. Dal 1991 compaiono le prime droghe sintetiche e, attraverso il fenomeno della globalizzazione, si allarga il mercato, che diventa mercato di massa in cui è la produzione che genera la domanda e non più viceversa. Questa nuova modalità di mercato ha fatto si che ci fosse sempre più una normalizzazione dell’uso di droghe o, per dirla con le parole di Gatti, direttore del Dipartimento Dipendenze dell’ASL di Milano, si sta verificando una “alcolizzazione delle tossicodipendenze”. 
È importante, inoltre, ricordare quanto il contesto socio- culturale influenzi le tipologie e le dinamiche tipiche di ciascuna dipendenza. Le sostanze infatti vengono utilizzate in base a ciò che possono offrire: ad esempio si può fare uso di cocaina per avere prestazioni più elevate ed essere in un costante attivismo richiesto dalla società così frenetica e così basata sulla performance, oppure si possono utilizzare sostanze empatogene per colmare un vuoto relazionale, tipico dell’ individuo contemporaneo. Nel contesto attuale si è sviluppata una logica perversa per cui una persona esiste in quanto consumatore e la sperimentazione della novità è positiva culturalmente in qualsiasi forma tale novità si presenti. Di sottofondo rimane quel meccanismo per cui secondo la società esiste il rimedio a qualsiasi cosa, per cui non solo è utile provare tutto, ma nel provare si è immuni dalle conseguenze. Per specificare meglio in che senso il contesto influisce sulle dipendenze, si è sottolineato come viene soddisfatto un bisogno che non era cercato, giocando sull’indurre a pensare che inconsciamente tale bisogno esisteva già. Il contesto gioca, anche sugli stereotipi sociali (il manager è associato spesso alla cocaina e l’operatore sociale alla cannabis). Ora la domanda si è spostata a cercare maggiormente ansiolitici, antidolorifici e tranquillanti (si assiste ad un ritorno dell’uso di eroina), si cerca una anestetizzazione di tutto attraverso la depressione del sistema nervoso causato da alcune sostanze come ad esempio gli alcolici, così diffusi anche tra i più giovani. 
Parallelamente allo sviluppo storico emergono diversi tipi di approcci alle politiche sociali. Come quella del sistema beveridgiano, dove al bisogno specifico è previsto un servizio specifico. Questo approccio ha impostato fino ad oggi il sistema dei servizi italiano, ma oggi questo sistema scricchiola perché il sistema Welfare mix deve rispondere a persone che non hanno necessità estreme eppure hanno dei bisogni differenti ed emergenti, facendo emergere problematiche che non possono trovare risposta sensata nel sistema appena descritto. Per quest’ultima osservazione diventa necessario portare all’interno delle politiche sociali un metodo educativo, meno assistenziale direi, sviluppando politiche attive che possano creare le circostanze affinché la persona possa trovare il modo di poter rispondere ai suoi bisogni autonomamente, invece di dare risposte ad un bisogno specifico in modo automatico e acritico. Il lavoro educativo nell’area delle dipendenze ha due possibili indirizzi: quello beveridgiano fino ad ora descritto, con impronta settoriale e basata su categorie che incasellano le varie problematiche portando come possibile conseguenza la discriminazione della persona, o un secondo indirizzo che segue la logica dei programmi attraverso la quale posso gestire più bisogni con una risposta integrata. La differenza sta nell’orizzonte dello sguardo, il primo mira alla risposta ad un bisogno, il secondo mira ad una persona specifica che sarà portatrice di diversi bisogni. Due modi, quindi, di educare: attenzione al bisogno o attenzione alla persona? Si cura la malattia o la persona? Viene sottolineato il positivo della persona attivandola e valorizzando le sue capacità residue, oppure viene semplicemente assistita e in una logica riparativa- caritatevole?
Un altro aspetto che mi ha incuriosito del corso che ho potuto seguire è lo studio del cambiamento dei bisogni e dei fenomeni delle dipendenze. Nel 1929, in una logica di controllo, il codice penale prevedeva la proibizione di somministrazione di alcolici a persone già in stato di ebbrezza, o a persone con disturbi mentali. È interessante, che fino a questo momento storico dell’alcolismo non si parlava, perché culturalmente era un problema considerato un vizio di natura privata e familiare. Nel 1973, a Roma, si diffonde la notizia del primo morto per overdose e questo fatto stimola l’attenzione verso il fenomeno della tossicodipendenza, nonostante il consenso popolare manifesti una paura generalizzata nei confronti di tale tema. I tossicodipendenti vengono allontanati, emarginati e segregati perché spesso associati alla microcriminalità. Per questo motivo convivevano norme di controllo e repressione per l’uso di sostanze; fino al 1990 la concentrazione era volta ai problemi di sicurezza pubblica più che alla persona da curare. La tossicodipendenza, per la prima volta, è stata affrontata nella legge 685 del 1975 e ricordiamo anche tra le prime il DPR 309/90. Un’altra tappa fondamentale è il Referendum del 1993  che si riferisce all’uso personale di sostanze stupefacenti, a causa del quale viene depenalizzato l’uso personale di droghe. Inoltre si cerca di riabilitare la persona attraverso cure specifiche, ma penalizza i trafficanti di sostanze. A Milano si votò contro l’uso personale seguendo un atteggiamento proibizionistico. L’uso personale di sostanze stupefacenti era regolamentato in base alla quantità in possesso, attualmente, invece, esso è determinato dalla circostanza e non più dalla quantità: è quindi il giudice che decide in base al caso, ed esso non può creare il precedente.
In Italia le politiche sociali sono tese a sistematizzare i servizi, come esemplifica la nascita dei NOT nel 1985 e, successivamente, i KMAS. Scattano meccanismi profondi per cui a parità di persone ci si muove diversamente in base al bisogno. Dagli anni ’90 tutto il sistema lotta contro le dipendenze ma fa fatica ad aggiornarsi perché si sono moltiplicati i bisogni e le tipologie di dipendenza; spesso è il paziente che porta innovazione e all’educatore non resta che decodificare i bisogni espressi. In questo senso l’educatore è la possibile leva al cambiamento e svolge un lavoro di tipo intellettuale ponendosi la domanda: dove sono, dove sto andando?
Il Decreto ministeriale 444 stabilisce quanti devono essere gli operatori dei SERT e di che tipologia, questo è emblematico di una rigidità e di uno schematismo nell’affrontare il problema. Negli Anni 2000 si inizia a parlare di riduzione del danno (esempio: metadone ai tossici) ciò non induce a smettere ma a ridurre i danni e le conseguenze delle dipendenze. Negli stessi anni, Veronesi, ministro della salute, chiede di appellarsi ad un approccio più laico e nel 2007, durante una Conferenza nazionale, si inizia a capire che i fenomeni delle droghe sono interconnessi tra loro e si influenzano vicendevolmente. Si inizia ad impostare una lettura globale del tema associandolo anche a dimensioni socio- culturali e di interesse del mondo. Cambiano nel frattempo gli usi e i costumi della droga, e si introduce il dibattito sulla legalizzazione di essa. Parallelamente cresce la dimensione del mercato: nascono bisogni e crescono problemi nuovi come ad esempio il gioco d’azzardo patologico che ai giorni nostri diventa una reale emergenza da affrontare. Con la Legge Baldazzi vengono introdotti i LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) e con la DGR 856 vengono erogati dei voucher per chi è affetto dalla patologia del gioco. La sfida educativa e socio- assistenziale, e con essa i fondi economici messi a disposizione, si concentra spesso sulle così dette nuove dipendenze, ma non bisogna dimenticare le dipendenze tradizionalmente intese.
Ciò che si evince dai processi storici in materia di legislazione, interessante per il ruolo e una responsabilità dell’educatore, è quanto sia necessario “forzare” la legge per poter ottenere una risposta che sia efficiente per superare i vincoli di un sistema così poco regolamentato e in cui non si è ancora sviluppata una visione alle dipendenze come patologie vere e proprie. Per ottenere servizi adeguatamente progettati e una evoluzione di metodologie e di pensiero in essi si deve passare per situazioni paradossali.
Per riconoscere le teorie generali sottostanti alle situazioni concrete del lavoro educativo, durante il corso abbiamo preso visione di casi concreti vissuti dai partecipanti in prima persona per aprire alcune riflessioni. Spesso, all’interno dei diversi servizi della panoramica ampia del terzo settore, le posizioni che si assumono gli educatori di fronte al tema della dipendenza sono due: non sapendo trattare l’aspetto della dipendenza, esso non viene affrontato; oppure non viene trattato l’uso di sostanze volutamente e intenzionalmente per le finalità educative previste. Vengono così scelte e affrontate alcune priorità di intervento in base al bisogno che prevale; per questo motivo se si assume una posizione semplicistica di connivenza si è delegittimati ad intervenire e, secondo un meccanismo di resistenza, avviene una deresponsabilizzazione dell’educatore. Ecco che ritorna quanto detto inizialmente rispetto al fatto che i servizi son sempre più settoriali in cui ciascuno fa solo il suo “pezzo” guardando così solo una parte della persona e non il suo insieme.
Ciò a cui il docente ci ha più volte chiamato all’attenzione è il rapporto che intercorre tra il piano della presa in carico e quello giuridico. Mentre il primo rimanda ad una dimensione educativa di cura, l’altro implica maggiormente un’assistenza custodialistica e di controllo. La complicazione di questo rapporto conflittuale sta nel domandarsi cosa sia legale e cosa non lo sia. E ancora: cosa la società ed il sentire comune approva o meno? Bisogna rispondere sapendo giustificare, o meglio argomentare, in base al vissuto esperienziale della persona che si ha davanti, spiegando perché un determinato progetto educativo stia funzionando nonostante apparentemente si direbbe l’opposto. La variabile in campo è proprio la norma, ma essa dovrebbe premere solo leggermente perché al centro del lavoro educativo vi è la persona con la malattia di dipendenza. L’educazione negli ambiti delle dipendenze fa coesistere vari aspetti: i diritti fondamentali dell’uomo e la legislazione, la sicurezza pubblica e la salute personale, ecc… Ripeto, perciò, che si presti attenzione al fatto che il controllo giuridico non sovrasti la cura educativa. È fondamentale poter trattare la questione della dipendenza capendo che benefici ha o meno sulla persona una tipologia di intervento. Ad esempio, trovandosi davanti ad un caso di possesso di sostanze stupefacenti, il punto può non essere quello di segnalare acriticamente presso la Prefettura, ma capire che utilità ha per la crescita della persona, per il suo diventare grande, tale decisione. Il lavoro educativo si interessa principalmente del rapporto che l’utente ha con il problema che crea dipendenza e con la sostanza in sé, quindi della salute del paziente rispetto al contesto. Il punto centrale non può essere limitato solo a verificare se la persona in carico faccia uso di sostanze, per questo la questione non si può giocare solo su un piano prettamente legale. Provocatoriamente lascerei una domanda aperta: siamo degli accompagnatori o dei controllori nel percorso di cambiamento di una persona? L’unica affermazione che introduco nel tentativo di rispondere è la necessità di una coscienza del lavoro educativo. Per coscienza intendo la consapevolezza, nel suo senso più profondo, di guardare un certo aspetto da una prospettiva ben precisa, assumendo intenzionalmente una posizione morale, o da un punto di vista da consumatore piuttosto che in qualità di consumatore ecc.. con che “cappello” sto guardando una certo aspetto?
Di fronte alla drammatica ma affascinante ambivalenza dei risultati dei progetti educativi rispetto alle aspettative previste, se si è da soli in una situazione di complessità concreta è consigliato riportare in équipe ciò che è avvenuto e riportare al senso del lavoro che si fa a livello educativo perché sicuramente ciò che accade ha sempre un impatto sul lavoro. C’è, e ritengo che debba sempre esserci, un luogo collettivo in cui condividere le responsabilità e chiarirsi in modo condiviso ciò che è avvenuto nell’impatto che esso ha sul lavoro educativo della persona. La valutazione dell’équipe dovrebbe andare nella direzione di comprendere che significato ha, nel qui ed ora, un determinato gesto e di conseguenza come possono convivere prescrizioni e ritualità.
Come creare la possibilità di poter parlare di queste questioni all’interno di un servizio? Il problema che emerge inizialmente, infatti, è quello di mettere a tema le dipendenze ed di indagare in che modo quest’ultimo centra con sé in qualità di educatori professionali e quindi con il lavoro educativo su cui si scommette. Ci sono dei meccanismi che riguardano la complessità delle dipendenze e dell’ingaggio dell’educatore nel muoversi al di là della diagnosi, della prognosi e della terapia. La soluzione non può che nascondersi dentro le pieghe della realtà: rimettere sempre in discussione il giudizio espresso permette di educare muovendosi nelle circostanze, dentro di esse, senza eliminarle o senza farsi sopraffare da esse. Sono proprio le circostanze, direi, che danno margine di potere e responsabilità all’educatore che sa giostrarsi utilizzando i vincoli come possibilità, disfacendo le regole matematiche che con il materiale umano hanno poco a che fare. I fatti che accadono vanno “utilizzati” come strumento per educare e rilanciare la sfida proposta all’utente. Per capire questo abbiamo riflettuto ad esempio sul momento del pasto all’interno di un servizio; esso può essere sfruttato come occasione educativa, dando un valore aggiunto alla cura collettiva, oppure può essere semplicemente un tempo vissuto in modo assistenziale o di routine. Da un punto di vista terapeutico la cura è compito dell’educatore non del servizio, ed è anche per questo che l’educatore ha un ampio spazio di autonomia. Un’ulteriore complessità riscontrata tipicamente nel percorso educativo sta nel fatto che l’educatore, e con lui la relazione educativa, è uno dei fattori della cura, è parte della cura (come direbbe Freire). Il cambiamento di chi educa innanzitutto ed il cammino insieme all’educando, prima ancora che l’arrivo, sono la bellezza di un simile lavoro.
Poco più sopra abbiamo parlato della responsabilità dell’educatore. Quest’ultima può anche causare danni (a mio avviso il maggior danno è l’automatismo) e problemi di vario genere perché non si è presenti nel qui ed ora, si disattiva la testa, per usare termini colloquiali, e si lavora nonostante l’altro invece che grazie e attraverso l’altro. Educare è spesso ridotto ad analogo di anestetizzare, piuttosto che omologare e adattare o può assumere un senso altro che è più ampio ed umanizzante; il significato che l’educare assume condiziona sia il lavoro dell’educatore sull’educando sia le aspettative del servizio sull’educatore.
Costruiamo ora, molto schematicamente, una “rete” di servizi che sono stati attivati per rispondere ai bisogni degli utenti con problemi di dipendenza distinguendoli per tipologia di unità di offerta. Sul territorio sono presenti servizi ambulatoriali (come ad esempio i SERT- istituiti con il DPR 309/90, i NOA e gli SMI), servizi semi- residenziali (come ad esempio i centri diurni), servizi residenziali e servizi appartenenti alla così detta 6^ area, in cui viene inserito l’ambito della prevenzione e della riduzione del danno e si differenzia sostanzialmente perché l’intervento è di tipo processuale sotto forma di programmi.
Innanzitutto è utile, ai fini educativi, guardare i rituali presenti all’interno di un servizio, senza negarne l’esistenza in quanto anch’essi possono solo rimanere tali e fini a se stessi, oppure possono essere utilizzati come dispositivi con un obiettivo educativo consapevole. Il servizio è collettivo, la routine è individuale: nasce a partire da qui la riflessione riguardante alle regole intese come limiti o come possibilità, cui accennavo in precedenza parlando delle circostanze come occasione da sfruttare per svelare e proporre un metodo educativo. Quando utilizzo la parola possibilità, indico il guardare al servizio non solo come vincolante di una libertà individuale con tutte le regole restrittive che gli sono proprie, ma anche come contenitore in grado di accompagnare solidamente la persona (ad esempio come contenitore per l’ansia). Ecco come la propria individualità ed identità, del paziente e dell’educatore, hanno la possibilità di esprimere sé  rimanendo però dentro le regole stesse. Il servizio, dunque, ha la funzione di contenere o appoggiare? Il lavoro educativo è considerato come lavoro contenitivo, regolativo o promozionale? Il Servizio istituzionale ha spesso la funzione di legittimare e contenere insieme all’équipe. È utile ricordare che l’educatore non è il sevizio stesso, ma rappresenta se stesso con un ruolo educativo in relazione al servizio in cui sono inserita con i suoi specifici mandati, le aspettative, la cultura ed i pensieri dominanti. E ancora: la comunità, o più in generale un servizio per le dipendenze, è considerato come il punto di arrivo del paziente o il punto di partenza? La comunità assume una funzione “super- egoica” e regolativa o decide con l’utente, coinvolgendolo addirittura nel processo di progettazione della sua cura? Il lavoro educativo è per e sul paziente o con il paziente? Queste sono le domande principali che durante il corso sono sorte e a cui responsabilmente un educatore dovrebbe tentare di rispondere nella concretezza della relazione con l’altro.
Per collegare quanto detto fino ad ora rispetto al servizio, è possibile considerare l’individuo parte del setting e quindi del servizio, all’interno del quale ci sono storie di vita che si sovrappongono e ripropongono nel loro sviluppo. Il lavoro dell’operatore è quello di cercare di interrompere il circuito comunicativo che si ripete drammaticamente per trovarne uno innovativo; a mio avviso questa è la sfida e lo stimolo per il cambiamento. Educare significa infatti trovare le leve perché avvenga tale cambiamento, e per ristrutturare la relazione che intercorre tra educatore ed educando è necessario partire dal restauro della comunicazione. Tornando ora a rispondere in modo più pertinente alla domanda rispetto a chi è il paziente che abita il contesto del servizio, è interessante la provocazione lanciata durante il corso di Metodologie delle dipendenze su quale fosse il contrario di “dipendente”. Esiste un sottile grado di coscienza e di intenzionalità di cambiamento da parte dell’utente che è da considerare durante la progettazione del lavoro educativo; la persona dipendente può trovarsi, infatti, in una fase pre- contemplativa (ovvero può essere consapevole del suo problema però non lo affronta), oppure essere in una fase contemplativa (ovvero si accorge del problema e agisce per risolverlo). 
A mio avviso, può essere stimolante analizzare brevemente la fase della ricaduta, così spesso presente in persone dipendenti e la fuoriuscita da un servizio. La ricaduta non può essere considerata pari a zero dentro un lavoro educativo, ma la si può leggere come una fase evolutiva e non solo come un fallimento: essa può essere ad esempio una provocazione o una richiesta di aiuto e di attenzione lanciata dal paziente in un suo momento di estrema fragilità. La fuoriuscita può assumere il significato di un’attesa forte da parte dell’utente eppure, allo stesso tempo, tocca quella dimensione della paura dell’esterno, per questa ragione bisogna prestare molta attenzione a non instaurare un processo di “adozione” dell’educando da parte dell’educatore. È utile ricordare che ogni progetto educativo prevede una fine, prevede un decentramento da sé e dalla situazione vissuta. Andarsene e lasciar andare chi si è “curato” implica una fatica, la fatica del “non- esserci”, ma tale fatica è necessaria per il bene dell’utente.
Nello svolgersi del corso si è parlato del servizio, dell’utente dipendente e infine dell’educatore e del suo ruolo. Definirei il lavoro educativo come un fatto che avviene dentro una relazione, l’educatore si deve mettere in gioco e la bellezza generata sta proprio in questo rischio educativo, carico, però, allo stesso tempo di un’insostenibile “pesantezza”. Educare, infatti, non è solo svolgere un lavoro, progettare un percorso che si spera abbia buon esito, ma richiede una messa in campo di tutto se stessi. Per questo è “pesante”, o meglio “pregnante”: ci si sente investiti da una responsabilità educativa ed esistenziale che ha a che fare anche con le pretese dell’utente. Attraverso l’ingaggio e le richieste non esplicite dell’educando, l’operatore è spesso esposto a rischi e quindi deve impegnarsi anche a curare il proprio essere in gioco. La dimensione della cura dell’educatore è spesso sottovalutata. I dispositivi costruiti a tutela dell’educatore sono ad esempio l’équipe, la supervisione e la formazione, concepiti come luoghi in cui poter parlare di sé in modo protetto.
Ma qual è il lavoro educativo su cui l’educatore scommette? Il compito principale è quello di motivare la persona, chiedendosi continuamente perché si agisce in una determinata maniera piuttosto che un’altra. La bellezza consiste nel dare e cercare un significato condiviso con l’utenza. La domanda che sorge spontaneamente da una società che sempre più focalizza l’attenzione sul prodotto concreto e sul risultato raggiunto è spesso quella di chiedere quale sia il prodotto del lavoro sociale. Personalmente, risponderei, grazie agli spunti emersi durante il corso, che il prodotto del lavoro educativo non è quello che si fa, ma è quel qualcosa in più dato dalla conoscenza che giunge dal trovare un significato insieme e condividerlo: questo è ciò che arricchisce il rapporto e le persone coinvolte.
In campo educativo è difficile valorizzare le differenze e far emergere il perché le stesse circostanze o stessi bisogni vengono affrontati in maniera diversa e non interscambiabile. Oggi, purtroppo, si tende a standardizzare ed omologare nonostante si parli continuamente di progetti individuali. Esiste un’eccezione che conferma la regola? Si possono fare eccezioni? Il lavoro educativo tenta di giostrarsi come un’equilibrista tra la valenza differenziale, un’uguaglianza che diventa ossessione identitaria e il motivare portando spiegazioni ragionevoli al suo agire. I programmi sono costituiti da fasi, dentro cui il lavoro educativo si vede incarnato in una prassi educativa e cambia a seconda della fase in cui il paziente si trova a vivere. Il lavoro con il “materiale umano” è una incessante sfida ed evoluzione. Tali fasi sono un obiettivo prossimale di apprendimento, sono un cammino fatto insieme un centimetro alla volta, un passo per rendere autonomo con obiettivi costruiti caso per caso, in un’ottica individuale.
Infine, quello che conta non è tanto quello che succede ma che quello che avviene sia presidiato da un lavoro educativo. Spesso il lavoro dell’educatore si trasforma in finzione, creando un meccanismo “perverso”. L’errore più semplicistico è il consenso, o meglio la connivenza, il far finta di, perché questo atteggiamento distrugge l’asimmetria e pone in una posizione ricattabile. Ciò che è falso non è funzionale alla relazione educativa. È condizione da esigere, invece, motivare, spiegare il senso delle varie fratture e differenze nel perché una regola vale per uno e non per un altro. L’educatore deve prestare molta attenzione al relativismo del “secondo me” e al non saper dare ragioni tecniche del suo operato, altrimenti questo può incasinare e compromettere la relazione educativa instaurata.
Come ultimo passo del percorso sulle dipendenze, abbiamo analizzato l’aspetto fondamentale della prevenzione, aspetto che sta alla base del lavoro educativo in questo campo e che coglie la dimensione collettiva da cui ricavare indicazioni di intervento anche finalizzate alla salute dell’individuo. Innanzitutto prevenire non significa “inculcare” agli altri che non si deve fare uso di droga, non è compito di chi lavora nella prevenzione insegnare qual è il bene dell’altro ma piuttosto accompagnare l’altro alla ricerca del bene per se stesso. La prevenzione, uscendo da un servizio che potrebbe fare da contenitore, richiede una maggior coscienza nel messaggio che si vuole proporre e del senso di quest’ultimo. Chi è l’utente della prevenzione? A vantaggio di chi è l’agire preventivo? A vantaggio della società, per la sanità pubblica o per il bene della persona inserita in una socialità? Qual è l’oggetto della prevenzione: l’uso, l’abuso, i rischi, la cronicità?
La prevenzione comporta alcune problematiche da tener presente: innanzitutto non c’è un’utente, o meglio l’utenza con cui lavorare è in generale uno spettro ampio di popolazione; nessuno viene a chiedere aiuto o un cambiamento per la propria vita ma è l’operatore della prevenzione, intesa più come di promozione alla salute, che entra nel suo territorio; la gestione della legalità o illegalità è ancora più stringente e sta su un filo sottilissimo; manca una tutela chiara per l’utente perché non è previsto un consenso informato e quindi egli è spesso esposto a ciò che l’operatore porta. Il panorama che si prefigura è quello di una situazione deregolamentata dove non si è a “casa” propria e dove quindi non puoi imporre all’altro cosa fare e affermare qual è il suo bene.