Il rischio d'insegnare

La PiazzaIl rischio d'insegnare
Vincenzo Staff pubblicato 1 mese fa

Qui di seguito il pensiero del mio amico e professore Ripamonti Ermanno circa lo stesso tema dell’insegnare.
 
IL RISCHIO DI INSEGNARE
Il  rischio insito nell’insegnamento, come in tutto il lavoro educativo in generale – che implica per forza una comunicazione diretta e intensa fra persone – perfino quando avviene a distanza, è di cadere vittime di transfert almeno emotivi o di fabbricare, a volte anche inconsapevolmente, cloni di sé.
La mancanza di consapevolezza, se non rende eticamente colpevoli, non giustifica l’assenza di correttezza rispetto all’alterità dell’allievo.
Perché l’insegnamento non può non essere un atto educativo: non può esserci atto didattico che non sia educativo; un atto educativo, invece, può anche essere privo di contenuti didattici, intesi come azione mirata a favorire una nuova conoscenza e una nuova competenza.
Nell’attività dinamica relazionale di insegnamento – apprendimento il transfert è inevitabile.
Nella speranza che sia positivo, cioè dono di sé all’altro, va riconosciuto e va gestito.
Il riconoscimento, inoltre, dell’alterità dell’allievo pone al riparo da clonazioni ed è segno di rispetto della sua persona e della sua autonomia di pensiero a cui ha diritto in termini inalienabili.
Fare educazione significa essere inseriti dinamicamente nel cambiamento, vivendo tramite la comunicazione le modificazioni che avvengono; comunicazione ovviamente non solo verbale, da allievo a docente, fra allievi e da docente ad allievo: una sorta di trasfusione bidirezionale, a partire dalle urgenze educative poste dalla società in cui si vive.
A mio parere, nel presente momento storico, nella società occidentale (anche italiana) le urgenze educative principali sono

  • Il recupero della memoria storica, senza la quale non si è adeguatamente pensanti e le scelte avvengono su base fondamentalmente irrazionale ed emotiva;
  • La formazione al discernimento, senza il cui esercizio non si è adeguatamente persona.

Queste due grandi urgenze già da sole giustificano l’impegno educativo, ne fanno cogliere la bellezza pur nelle brume delle incomprensioni, delle contraddittorietà, dell’assenza di riconoscimento e di gratificazioni (non in termini di compensi monetari solamente!), perché è incontro vero con le persone che ne sono disponibili, è testimonianza di valori e di esperienza, è oblatività. (“Oportet illum crescere, me autem minui” – Gv. 3, 30 – 32).
Nota: questa è una semplice, sintetica “spigolatura” di pensieri che, a seconda delle possibilità, dovrebbe essere ripresa e approfondita.

Condividi Questa Pagina!

Fai per commentare o votare