La continuità educativa

La PiazzaCategoria: InterventiLa continuità educativa
Mary pubblicato 4 settimane fa

Buongiorno! In questi giorni troppo spesso, chiacchierando con i miei utenti (housing sociale), mi sento dire:

Ma come mai voi educatori cambiate sempre? Ci affezioniamo e poi sparite! Un anno, due e poi ne arriva uno nuovo con cui costruire tutto da capo!!”

Nelle loro parole ho trovato tanta frustrazione,rabbia anche…dunque, questa discontinuità del nostro lavoro come potrebbe essere affrontata?

Oppure, potrebbe esserci in essa un valore, anche per le persone con cui noi lavoriamo?

Buon lavoro a tutti carissimi educatori!!
Maria

Condividi Questa Pagina!

Fai per commentare o votare

2 Risposte
Migliore Risposta
Vincenzo Staff risposto 3 settimane fa

Salve Maria, piccole parole venute su a caso circa il quesito che hai posto.

L’educatore professionale è il poeta degli addii.

Educare è afferrare, non dominare. Educare è un istante, un attimo, uno svelamento. Un gioco d’azzardo perché si rischia. Educare è la vita: commedia e farsa. Educare è reciprocità: educare lasciandosi educare.

Educare è un viaggio. Affascinante e misterioso, che non porta a nessuna meta, se non ad un addio. Perché ogni nuovo inizio comincia sempre da un addio. A volte un addio significa anche sconfitta. Ma la sconfitta racconterà di coraggio e di esperienza. Sconfitti, infatti, non significa perdenti.

L’educare non vuole trattenere bensì liberare, lasciare andare. Per questo l’addio sancisce valore. Una sorta di miracolo. Avere accompagnando uno sconosciuto a riprendendersi il suo valore. Ossia fare a meno dell’educatore. Camminare con le proprie gambe senza più bisogno che ci sia.

Quando questo accade l’addio sancisce la pienezza dell’educere!

Chi sono, allora, in realtà, gli educatori professionali?

Verrebbe da dire dei giocatori d’azzardo. Avventurieri che non sanno ne da dove vengono né tanto meno dove stanno andando. Giocatori di roulette, che scommettono riuscire a cambiare questo mondo.

E, forse, proprio per questo follemente speciali e vergognosamente eccezionali. Degli artisti di strada. I più preziosi e pregiati. Perché educare è l’arte per eccellenza. Educare è opera d’arte. Una delle più affascinanti al mondo. Meglio di qualsiasi altra cosa. Gli educatori professionali sono quegli speciali artisti che danno voce a chi non ha voce, che camminano per quelli che non han gambe, che corrono per quelli costretti a stare fermi, che vedono per chi non ha luce. Speranza per chi è disperato. Sollievo per chi è affaticato. Rinfranco per chi è deluso.

Sognatori con le scarpe consumate destinati ad essere derisi perché pretendono di dire che in questo mondo persino un disperato ha il diritto di sognare. Visionari di cui il mondo farebbe volentieri a meno dato che azzardano che si può vivere in un altro modo. Che curano difendono affermano preservano la dignità umana. L’unico prezioso bene per cui valga la pena essere al mondo.

Che, insomma, un altro mondo è possibile. Roba da pazzi.

Forse, perciò, gli educatori sono veri eroi. Perché scherniti e invisibili sognatori.

Quasi mercenari. Sempre pronti, di nascosto, a vendersi l’anima perché questo mondo sia di tutti e non per pochi. Gente che rammenda calzini senza ago né filo. Che non usa profumi per mentire al sudore. Che non sfila mutande firmate per dare il buongiorno. E non sgomita comparse per avere un suo nome. Gente che trovi sempre quando la dignità è smarrita. Che non gli importa di bandiere, chiese o colore, ma se la chiami non è mai occupata.

Che non manca mai là dove qualcuno non ce la fa più. Gente che poi, sempre in silenzio, sparisce senza gloria e medaglie. Così che la dignità ritrovata sia la sola ricompensa.

Di tutto questo l’addio ne traccia la memoria!

Buon lavoro, Vincenzo

Nicola risposto 3 settimane fa

Ciao Maria,
devo ammettere che ho trovato davvero bella la risposta di Vincenzo, soprattutto la frase introduttiva:

L’educatore professionale è il poeta degli addii.

e davvero in questo c’è un grande valore, la possibilità di vivere un addio non traumatico, ma di cui si può parlare, che si possa festeggiare oppure piangere la vedo anche come un modo per poter affrontare in un modo “protetto” un tema che può essere molto doloroso, ma che volenti o nolenti tocca a tutti affrontare nella vita. Anche il ripartire subito con un altro educatore ha il suo valore, porta il messaggio che l’addio di una persona conclude solo quella relazione, non è qualcosa di totalizzante, come magari qualcuno degli ospiti delle varie strutture dove lavoriamo può aver sperimentato nella sua vita. Proprio in questo c’è la possibilità di spostare l’accento dalla continuità della relazione tra ospite ed operatore a quella tra ospite ed equipe educativa. Nonostante il turnover degli operatori le strutture rimangono e, soprattutto, i progetti continuano, arricchendosi magari di idee nuove o punti di vista differenti.
Buon lavoro, Nicola