La libertà altrui

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Sara pubblicato 2 settimane fa

Poco tempo fa una donna ha abbandonato.

Poche sere fa una prostituta nigeriana mi ha detto che continuerà a prostituirsi fin quando avrà terminato il pagamento del suo debito.

Ghiz era incinta, penso che adesso abbia partorito, era incinta quando ha deciso di abbandonare la comunità per tornare dal marito maltrattante. Per lei era più inaccettabile, le faceva più male, l’idea di essere una ragazza-madre che le botte del marito: cultura? Non lo so, non ho risposte e non posso continuare a farmi domande, bisogna andare avanti, tante altre donne hanno bisogno di noi, del servizio. Posso solo accettare, accettare e accettare, anche se accettare a volte voglia dire fallimento.

Stella, prostituta nigeriana sulle strade di Milano, ha confidato a me e Davide di essere nel circuito della tratta, vittima della madame, di essersi sottoposta al rito ju-ju in Nigeria, questo la vincola al pagamento del debito alla madame. Un rito per noi ridicolo, a cui è impossibile credere, surreale, ma un rito a cui queste donne, per la loro povertà culturale, si attaccano morbosamente.

L’uscita in strada della settimana seguente, sono rimasta sola con Stella, mi sono esposta, forse troppo, a mio rischio, forse ho bruciato tutte le tappe, non era ancora pronta. Ma la mia emotività ha preso il sopravvento. Le ho detto che esistono delle alternative, che noi potevamo aiutarla, che le avremmo garantito protezione dalla madame, lei piangendo mi ha detto di aver paura, paura che tutto si ripercuota sulla sua famiglia in Nigeria, che avrebbe continuato a pagare il debito fino a dicembre anche se questo le richiedeva 12 ore di lavoro al giorno.

Stella me lo ha detto, in lacrime, ma me lo ha detto, quella era la sua decisione e io non potevo fare nulla, solo accettarla. Potevo solo accettarla e garantirle che anche a dicembre avrebbe trovato il nostro aiuto.Ghiz, Stella e molte altre decidono, decidono della loro vita, decidono ciò che ritengono essere migliore per loro, decidono quello che fa meno male, decidono di vivere a modo loro. E questo è il diritto più grande che hanno, e noi dobbiamo riconoscerglielo, è giusto che sia così.

Ho ritrovato questo stralcio di riflessione durante l’anno di lavoro in una comunità per donne vittime di tratta..  mi è piaciuto rileggere quante difficoltà si trovano quando siamo costretti ad accettare qualcosa che in realtà vorremmo fosse andato diversamente! Quanto è difficile a volte la semplice accettazione….    C’è una grande difficoltà all’interno di questo luogo.

C’è una grande difficoltà nel nostro lavoro, che si snoda ogni giorno nella relazione educativa con i nostri utenti. La cosa più difficile dopo l’incontro con l’altro, dopo l’entrata in una relazione educativamente significativa, è la necessità di imparare ad accettare che il passo successivo consiste nell’accettazione della libertà altrui.

È questo lo scarto più difficile, è questo che ci rende professionisti, che differenzia il nostro lavoro da quello assistenziale – caritatevole.La parte per me più difficile è entrare nel mondo dell’altro e accettare poi che sia libero di scegliere e quindi di non cambiare, di non attuare il famigerato “cambiamento educativo”. Quando pensiamo ad un progetto per qualcuno stiamo pensando a qualcosa che noi riteniamo sia giusto per quella persona, ma bisogna imparare ad accettare che ciò che noi riteniamo giusto per quella persona non sempre possa coincidere con ciò che desidera lui o che lui ritiene giusto per sé.

Un educatore per essere un professionista deve essere un grado di offrire gli strumenti e la consapevolezza per fare una scelta, ma lasciare poi che l’utente possa fare la SUA scelta! Non esiste la giusta soluzione, esistono persone competenti in grado di mettere le persone nelle giuste condizioni per scegliere, ma la libertà umana deve rimanere il primo grande diritto di tutti, comprese le persone in condizioni di fragilità.

 

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