La Relazione Educativa in un Centro Diurno Minori

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Foto del profilo di MarcoMarco Staff pubblicato 1 mese fa

Avevo iniziato tirocinio da più di due mesi e mi ero a mala pena accorto di lui.
Stefano è un ragazzo che sfugge alla relazione, ha un atteggiamento evitante nei confronti delle figure adulte: più di una volta ha evocato nella mia mente l’immagine di un geco che ha la capacità di mimetizzarsi al primo accenno di pericolo.Questa sua “invisibilità” ha suscitato in me una forte curiosità, unita ad un pizzico di sfida. Volevo conoscerlo. L’aggancio non è stato facile a causa delle sue modalità relazionali: era difficile avere con lui scambi comunicativi lunghi più di qualche battuta.

Non ho potuto sfruttare il momento compiti, che rappresenta una delle occasioni più utili per instaurare una relazione con i ragazzi, per conoscere meglio Stefano, perché non voleva mai studiare, difficilmente portava la cartella e quando l’aveva era senza il materiale scolastico.

Ho cercato, parlando con lui, di capire perché non lo si vedesse mai fare i compiti, così si è creata l’occasione per parlare della scuola e di cosa rappresenti per lui. Stefano era estremamente critico a riguardo: “non mi permettono d’imparare ciò che voglio, quello che mi insegnano non mi interessa e non lo capisco”, “e poi la mia insegnante di sostegno non mi dà mai niente da fare, rimango indietro per colpa sua!”.
Mentre parlavamo ho cercato, attraverso il dialogo, di dare un taglio diverso alla conversazione, con l’intento di capire cosa gli piacesse fare e imparare; lui ha accettato la domanda e con aria di sfida mi ha detto di essere un appassionato di lotte tra animali: “Lo sai chi vince tra un elefante e un cobra?”.
Flash di quante volte anche io da bambino, come passatempo, mi divertivo a mettere a confronto e misurare la forza degli animali, domandandolo a chiunque. Abbiamo passato il pomeriggio di quella giornata a guardare filmati di lotte tra animali su internet; il tempo è volato e ci siamo proprio divertiti.

Questo passaggio mi ha permesso di avere con lui una relazione privilegiata e ha creato un primo importante momento di intimità, che mi è stato concesso perché sono riuscito a dare valore ad un suo interesse.
Dopo quella giornata passata insieme, l’atteggiamento evitante di Stefano è diminuito sempre più. Durante i mesi successivi ho cercato di consolidare la nostra relazione e ho ragionato su come farla evolvere, dandoci la possibilità di conoscerci, così da affrontare nuove tematiche e dirigerci verso nuovi orizzonti.
Mentre parlavamo Stefano mi ha raccontato che avrebbe partecipato, con la scuola, durante il mese di luglio, ad un soggiorno studio a Londra, e mi ha confidato di essere preoccupato ed imbarazzato perché non sapeva una parola d’inglese.

Ho colto l’occasione per raccontargli che quando avevo 18 anni sono partito per l’Australia con l’intenzione di viaggiare e lavorare. Anche io, come lui, al momento della partenza non sapevo spiccicare una parola di inglese.
Stefano mi ha fatto tantissime domande e con le mie risposte ho cercato di trasmettergli quanto sia divertente e utile imparare un’altra lingua: “Pensa con quante persone potresti parlare e da quanti potresti non farti capire…”; “Se sai l’inglese hai una marcia in più! Puoi parlare con il mondo.”. Stefano è rimasto colpito soprattutto dalla prospettiva di non farsi capire e mi ha fatto promettere che avremmo iniziato a studiare inglese insieme.

La settimana seguente mi aspettavo che Stefano portasse un suo libro o qualche compito d’inglese che gli danno a scuola, ma niente, ho scoperto che non aveva neanche comprato il libro di testo. Ho preso un libro d’inglese dagli scaffali del Centro Diurno, l’ho aperto a caso e abbiamo iniziato.
Sono rimasto colpito perché abbiamo dovuto partire davvero dalle basi. (I am, you are, he is …).

Dopo un po’ di esercizi già intravedevo lo scoraggiamento nei suoi occhi, i suoi insuccessi scolastici che venivano a galla. La prima lezione è stata pessima: estremamente stancante per me, che non sapevo da che parte iniziare, ed estremamente frustrante per lui, che non riusciva a ricordarsi nulla.

Ho temuto che la sua voglia di imparare l’inglese iniziasse già a scomparire. Tutto il lento lavoro fatto affinché si impegnasse in qualcosa di costruttivo mi è sembrato andare in fumo in una manciata di secondi, davanti alle prime difficoltà.
Era come se la prima difficoltà rappresentasse per lui la constatazione del proprio fallimento, si sentiva incapace perché non riusciva, andava in confusione e balbettava tante parole sconnesse e fuori luogo. Ci stava provando veramente, ma sembrava bloccato.

Dopo la prima giornata di studio insieme mi sono reso conto che Stefano rigettava tutto che ciò che somigliasse anche solo vagamente a qualcosa di scolastico; forse bisognava trovare qualcosa di diverso che non lo facesse sentire uno studente incapace.

Ricordo di aver concluso il nostro “momento compiti” nascondendo la mia stanchezza, dicendogli che era normale avere qualche difficoltà ma anche che mi sembrava straordinariamente portato, e sicuramente avremmo fatto dei progressi che nemmeno si immaginava.

Dovevo trovare un modo diverso per insegnargli l’inglese che non evocasse in lui il quotidiano fallimento scolastico, così ho pensato di leggere insieme a lui un libro in inglese, Harry Potter e la Pietra Filosofale, uno strumento apparentemente più difficile ma allo stesso tempo più duttile e molto più interessante ai suoi occhi!
Questa proposta mi è venuta in mente a seguito della lettura di un libro, Diario di scuola di Daniel Pennac,
dedicato agli studenti “somari”. Il romanzo parla della sofferenza che comporta il “non capire” e dei possibili effetti collaterali di questa condizione.
Stefano si percepisce e viene percepito proprio così: uno studente somaro.
A scuola ha il sostegno, che per lui rappresenta un nascondiglio per passare inosservato e non, come dovrebbe, una risorsa da sfruttare per mettersi in pari.

Quando ho provato a farlo riflettere sull’importanza d’imparare il predicato nominale, così da saperlo distinguere in una frase, mi ha risposto che non ne aveva alcuna intenzione, perché altrimenti avrebbe dovuto imparare anche il complemento oggetto.

Molti ragazzi del centro lo hanno bollato come il ragazzo un po’ tonto che non capisce mai niente. Essere etichettati in questo modo, come racconta l’autore nel suo libro, genera profonde ferite. Stefano se le curava e si proteggeva da questi attacchi ostentando un disinteresse totale, manifestando modalità relazionali tra i pari dipendenti e un atteggiamento di passività nei confronti delle situazioni; in sintesi, per definirlo alla Pennac, “preda del mondo”.

A volte vedevo nei suoi grossi occhi azzurri un fondo, un velo di tristezza, di malinconia. Questa sua caratteristica fisica sembrava far da specchio ad una parte della sua area affettiva, ovvero la sua incapacità di stare attivamente nelle situazioni e una forte paura ad assumersi le proprie responsabilità.
Questo atteggiamento lo limita e non gli permette di entrare veramente in contatto con quello che lo circonda. Tuttavia, è anche presente in lui la tendenza opposta: una forte motivazione ad essere protagonista delle sue scelte unita ad una grande curiosità. La vera sfida è quella di incentivarla e portarla fuori.
Ma come fare?

Durante le lezioni di Guida al Tirocinio si è ragionato sul significato di intessere una relazione educativa, così da poter offrire un’esperienza di apprendimento. Ho pensato che lo studio della lingua inglese potesse rappresentare una buona occasione per far sviluppare a Stefano un interesse e dargli alcuni strumenti per immaginarsi e pensarsi nel futuro.
Questa esperienza necessitava però di essere pensata ed allestita.

Per supportarlo in questo percorso ho cercato di lavorare tantissimo sulla sua autostima, intesa come componente essenziale affinché sviluppasse un sentimento di autoefficacia. Non ero però sicuro fino in fondo che questa mia proposta potesse interessargli, così ho pensato di portargli prima il DVD di Harry Potter e la Pietra Filosofale, da guardarsi a casa. In seconda battuta, se gli fosse piaciuto, gli avrei proposto la lettura del libro.

Quando gli ho mostrato il DVD e gli ho chiesto se gli andava di vederlo a casa, rigorosamente in lingua inglese, Stefano si è dimostrato spiazzato, sorpreso e poi felice: ha accettato con entusiasmo. Posso ipotizzare che sia stato in grado di accettare la mia proposta perché le mie attenzioni lo hanno fatto sentire “guardato”, ma anche perché questa occasione gli dava modo di stare con me, all’interno di una dimensione affettiva.
L’affezione reciproca, quindi, ha costituito la struttura della nostra relazione e ha permesso di andare oltre al “cosa” stavamo facendo, dandoci modo di conoscerci e aprendo la strada alla creazione di nuovi orizzonti di possibilità.

Il giorno seguente, con mio stupore, Stefano aveva già visto il film e gli era piaciuto tantissimo. Solo a questo punto gli ho proposto quello che stavo pensando da tempo e non vedevo l’ora di sperimentare: “ti va di leggere, in inglese, il libro da cui è stato tratto?”. Stefano ha accettato la sfida e abbiamo iniziato subito la lettura.

Daniel Pennac, nel libro Diario di scuola, sostiene che il processo di apprendimento si verifica solo nel tempo presente, ed è proprio questo che ho cercato di fare: tentare di creare un momento che risultasse per Stefano il meno didattico possibile, così che non rivivesse i suoi fallimenti scolastici. Pennac sostiene che dietro al “somaro” c’è un ragazzo a cui si rischia di rubare il futuro; lui, infatti, non potrà mai “diventare” poiché i suoi voti lo inchiodano ad un “presente senza speranza”.

Ho cercato così di fargli intravedere il futuro, mostrandogli la possibilità concreta di imparare l’inglese, in modo che potesse rimanere nel presente indicativo di quello che stava accadendo, all’interno della nostra relazione, e non fosse condizionato dal suo rendimento scolastico.

Sempre su questa linea di pensiero, ho cercato di rendere la lettura del libro di Harry Potter una nuova occasione, non connotata dal giudizio, in cui Stefano si sentisse libero di provarci.

Pennac racconta di quando e come lui, studente somaro per eccellenza, sia riuscito ad invertire la rotta:
Poi venne il mio primo salvatore. Un professore di francese. In prima superiore. Che mi scoprì per quello che ero: un affabulatore sincero e allegramente suicida. Colpito dalla mia propensione ad affinare scuse sempre più fantasiose per le lezioni non studiate o i compiti non fatti, decise di esonerarmi dai temi per commissionarmi un romanzo. Un romanzo che dovevo redigere nell’arco del trimestre […]”.

Esattamente come era successo nel caso di Pennac, ho proposto a Stefano un suo personale percorso di apprendimento (“è l’oggetto che definisce il metodo”): la lettura di un libro in inglese, un’esperienza e un compito estremamente difficili, proprio perché estremamente ingaggianti verso la sua motivazione, al coinvolgimento in una progettualità “da grandi”.

Stefano ha fatto dei progressi sorprendenti: in poco tempo è riuscito a tradurre frasi molto difficili e a ricordare tantissimi vocaboli, e ha migliorato tantissimo la sua pronuncia. Al di là dei miglioramenti in inglese, riusciva a stare sui compiti senza fatica, senza avvertire il peso del giudizio e la sensazione di non essere capace, di essere un somaro; si è reso finalmente libero d’imparare.

L’atteggiamento nei miei confronti è diventato, con il passare del tempo, sempre più propositivo. Inizialmente dovevo sempre chiedere e ricordare a Stefano se gli andasse di leggere insieme il libro: inseguirlo un po’ e convincerlo. Poi, dopo una giornata particolarmente fruttuosa in cui aveva fatto dei progressi notevoli e lo vedevo meravigliato da se stesso, gli ho detto che da quel momento sarebbe toccato a lui ricordarmi di fare un po’ di esercizio: “studiare è un tuo dovere, non solo un tuo diritto!”.

Come ho detto precedentemente, Stefano spesso ha un atteggiamento passivo di fronte alle situazioni e, così facendo, limita molto le sue capacità. Con l’intento di facilitarlo nell’assumersi la responsabilità delle sue decisioni ho provato ad affidargli questo compito, con il rischio di dover tornare sui miei passi e doverlo andare a cercare per studiare inglese.

Una cosa che mi colpisce del Centro Diurno è che si parla tanto dei diritti dei ragazzi e poco dei loro doveri. Facendo così si corre il rischio che i diritti vangano trasformati in capricci da soddisfare. I doveri invece, che dovrebbero essere l’altra faccia della medaglia, finiscono per non appartenerci più e spettano solo agli altri.
Il fatto che Stefano fosse “inseguito” perché studiasse inglese fa sicuramente parte di un suo diritto e in parte del mio dovere in quanto aspirante educatore, ma c’è il rischio che così facendo venga a mancare il suo dovere, ad essere e a imparare.

Privato della sua dimensione di dovere, il diritto perde di significato e diventa un assoluto (dal latino ab-solutus) sciolto da legami, invece questa dicotomia è universale ed esige una dimensione collettiva di solidarietà, oltre che di costanza ed impegno. Il dovere assume il connotato di valore e permette a chi lo esercita di usufruire consapevolmente e responsabilmente dei diritti che gli spettano.

Il mio compito era quindi quello di rafforzare in Stefano il senso di dovere nei confronti dell’istruzione, così che potesse usare il suo diritto di “rompermi le scatole per imparare”.

L’educatore ha il compito, all’interno della relazione, di fare in modo che l’educando agisca sempre più autonomamente e sempre più liberamente si muova nell’ambiente, dando significato alle proprie azioni.
Per permettergli questo bisogna lasciare nelle sue mani la responsabilità della scelta, perché il ragazzo dovrà essere in grado di “far da sé”. Consegnare all’altro la possibilità di scegliere risulta necessario, perché solo l’esperienza diretta dà la possibilità di crescere. Il rischio in questa dimensione è generatore di libertà e consente all’esperienza di diventare educativa.

Non me lo sarei mai aspettato: ogni lunedì, puntuale come un orologio, Stefano mi chiedeva:
“Marco, ma con sto inglese? Lo iniziamo o no?”.

Queste parole mi hanno dato una grande soddisfazione, perché da un lato andavano ad evidenziare la buona riuscita del mio intervento e dall’altro mi hanno dato la possibilità di vedere un coinvolgimento più attivo nella sua ricerca di un’istruzione.
Finalmente vedevo in lui un atteggiamento responsabile e più maturo……

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