Lavoro- SI ma a qualsiasi prezzo?

La PiazzaLavoro- SI ma a qualsiasi prezzo?
Anna Staff pubblicato 3 mesi fa

Mi son laureata in Educazione Professionale nel novembre 2015 e da allora ho già cambiato 3 posti di lavoro. Educatrice in una scuola primaria, educatrice in una comunità terapeutico-riabilitativa e di reinserimento sociale per persone tossicodipendenti, educatrice in una comunità di neuropsichiatria per adolescenti. Ora ho vinto un concorso per lavorare come consulente nell’ex Asl a Milano. A dicembre 2017 scade il contratto e credo proprio che, se le condizioni contrattuali non migliorano, cambierò ancora lavoro.

Ma perché? Perché un educatore è spesso “costretto” a cambiare lavoro continuamente?
Non c’è stabilità per noi educatori, le persone in condizione di fragilità per cui e con cui lavoriamo si vedono cambiare educatori di riferimento continuamente e i datori di lavoro sono in una continua ricerca emergenziale di personale educativo. Non si riescono ad instaurare rapporti di fiducia, non si riesce a dare stabilità agli educatori e continuità agli utenti. Le cooperative cercano continuamente educatori e per rispondere a dei bisogni immediati assumono operatori senza tener conto di quali specifiche competenze siano necessarie per lavorare in un certo specifico ambito. Ogni educatore è uguale all’altro.
Ti accontenti di un contratto, uno stipendio e una situazione lavorativa che non ti tutela per niente? Ti va bene qualsiasi lavoro a qualsiasi condizione- pur di lavorare? Assunto.
La stampa pubblica un articolo con il titolo: “Educatore professionale: un laureato che lavora”[1].
Si, è vero… ma a quali condizioni???? “Troppi educatori si adattano a posti poco qualificati. Stipendi bassi e contratti regolati da normative poco chiare” riporta il Corriere di Bergamo.[2]
Mi spiace ma io non riesco ad accontentarmi e per questo sono in continua ricerca di un posto lavorativo adeguato, che mi tuteli, che mi soddisfi che sia qualificante e soddisfacente in tutti i sensi. Lavorare non significa solo portarsi a casa uno stipendio. Lavorare per me è scoprire di più chi sono nel dialogo con gli utenti, è vivere e dare il mio contributo nel reale, è sentirmi utile nel mondo, è comunicare qualcosa di me stessa, è impegno appassionato del mio tempo, è la concretezza di ciò che per anni ho studiato con tanta curiosità.
Non mi sembra di pretendere molto. Non chiedo di ottenere un “posto fisso” anche perché sono consapevole dei mutamenti in atto: l’innovazione tecnologica, la crisi economica, la globalizzazione… desidero fare un percorso, fare nuove esperienze ma allo stesso tempo desidero anche poter fare progetti sul futuro, costruire su una “pietra solida”, impegnare le mie energie nella costruzione di una casa dove vivrò e non dove sarò costretta a traslocare dopo pochi mesi.
Ritengo che le condizioni lavorative degli educatori siano alquanto critiche e vorrei poter portare questa difficoltà non per polemizzare, ma per problematizzare ed esplicitare il problema per cercare nuove soluzioni.
Mi sembra interessante riportare alcune righe dell’articolo sopra citato: Il problema è che il Terzo settore ha una connotazione ambivalente, perché la missione sociale si scontra con la questione economica, generando la confusione che la pedagogia si basi su dimensioni quasi volontaristiche. «Non c’è un albo professionale statale né un Ordine specifico di tutela – sottolinea Fenzio- collaboratore dell’Università di Bergamo e docente di Pedagogia generale-: Ci sono psicologi che non riescono a svolgere la loro professione e presentano i loro curriculum alle selezioni per lavori educativi. Si crea poi un sistema di rivendicazioni: gli educatori ce l’hanno con gli psicologi, chi è laureato in Scienze dell’Educazione ce l’ha con l’Educatore professionale e così via. Penso che i Comuni debbano tornare ad assumere gli educatori direttamente, eliminando le cooperative come intermediarie. Se il Comune paga 30 euro l’ora per un educatore e lui ne prende 6, c’è qualcosa che non va. Ci sono cooperative-multinazionali che cercano di portare a casa più appalti possibili, e magari costringono i dipendenti a diventare soci come condizione per intraprendere un rapporto professione. Pratiche che diventano una tutela della cooperativa contro l’educatore».
«Per quanto concerne il Terzo settore bisogna chiedersi quale sia stato il senso di sposare l’etica con l’economia se spesso la dimensione etica va a scapito di quella economica. Le gare d’appalto sono sempre al ribasso, in mano ad amministratori di cooperative sociali che spesso vivono del ricarico effettuato sul lavoro degli educatori. Non si può appaltare il sociale con la stessa logica con cui si assegna l’asfaltatura di una strada».

Voi tutti del mondo del sociale cosa ne pensate? Cosa proporreste?

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[1] http://www.lastampa.it/2015/11/04/blogs/skuola/educatore-professionale-un-laureato-che-lavora-x8dIAI6et4mVmlG2Deuo9J/pagina.html
[2] http://bergamo.corriere.it/notizie/cronaca/14_dicembre_30/ma-troppi-educatori-si-adattano-posti-poco-qualificati-abfd310c-8ff8-11e4-a207-f362e6729675.shtml

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1 Risposte
Vincenzo Staff risposto 3 mesi fa

Salve a tutti, un gran bell’intervento. Conoscendo poi l’autrice non mi sorprende. In merito al contenuto inoltre, si può forse non concordare? Il punto è però che ciò non basta. Arrivare però a una possibile proposta solutiva non è per niente facile. Basti provare a chiederci oggi cosa mai sia il “sociale”. Soprattutto quanto importi del “sociale” oggi alle nostre collettività. Per prenderla alla lontana, ma neppure così lontana, basta, in fondo, a mio giudizio, considerare due precise variabili. Le tre ultime leggi di stabilità finanziaria ove rintracciare gli investimenti previsti appunto per il “sociale”. L’altra variabile è invece quell’humus socio-culturale che tutti respiriamo sempre più disseccato di “sensibilità” e “prossimità”. Sono tali variabili infatti in grado muovere e riconoscere l’area “sociale” quale area inclusiva e protagonista della collettività. Ovverosia quale parte integrante e costitutiva della collettività. Tra l’altro aggiungerei, a completezza del pensiero, che là dove una collettività esprimesse tale requisito socio-culturale sarebbe facile, di conseguenza, riscontrarlo nella prima variabile delle leggi finanziarie. Cosa invece difficile oggi rintracciare.  Credo che ancor più di ieri sia valida una esortazione che spesso rivolgo agli studenti: “Se non siete voi per primi a pretendere e rivendicare il vostro ruolo e i conseguenti diritti non sarà certo il mondo a farlo al posto vostro”. Questo perchè al di là delle belle e onorevoli parole in occasioni di “festicciole” artificiali di bontà paesana il sociale, sottotraccia, è quasi sempre avvertito quale costo senza mai ricavi. Di cui spesso si farebbe volentieri a meno. Spero un giorno essere smentito su tutta la linea. Perciò, boccaccia mia statte zitta! Ciao