“Per una prevenzione efficace. Evidenze di efficacia, strategie di intervento e reti locali nell’area delle dipendenze.”

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Anna Staff pubblicato 2 anni fa

Gatti nell’introduzione del libro- “Per una prevenzione efficace. Evidenze di efficacia, strategie di intervento e reti locali nell’area delle dipendenze” a cura di L. Leone e C. Celata- pone una domanda provocatoria: prevenzione di cosa? Mi ha molto incuriosito cercare di rispondere a tale domanda e, facendola mia nel corso dello studio, ho potuto cominciare ad intuire il ruolo dell’educatore professionale all’interno di un servizio di prevenzione specifica.
Prevenzione di cosa? Dell’uso, dell’abuso, della dipendenza, dei rischi, dei danni, della criminalità, degli effetti, delle cause?
Per iniziare a rispondere in un’ottica educativa mi è stato utile approfondire il passaggio storico che avviene sul concetto di prevenzione: dalla concezione di una prevenzione che agisce sui fattori di rischio, si introduce invece una prevenzione che agisce sui fattori protettivi, o, specificando meglio e senza separare questi due aspetti, la prevenzione si evolve in promozione della salute e poi ancora in educazione alla salute. Mi ha affascinato studiare i vari approcci esistenti (informativo, educativo-promozionale, di educazione tra pari, del mentoring, di comunità, di riduzione del danno) e mi sono chiesta se si potesse dire che essi vengono intercalati nella prassi lavorativa in modo congiunto. La complessità che così tanto mi coinvolge è forse quella di scoprire come dallo studio degli approcci emerga l’interazione tra essi in questo Dipartimento. Per esempio, mi sono accorta che sul sito internet del servizio Prevenzione Specifica viene dichiarato l’utilizzo di una logica di “moltiplicatori dell’azione preventiva”, eppure, calandoci nella concretezza dei programmi che vengono attuati, nel programma Unplugged ad esempio viene utilizzato un approccio educativo- promozionale (utilizzando un “life skill training”) dentro però la logica dei moltiplicatori, senza prescindere anche da un approccio informativo in alcuni moduli.
Mi colpisce perché non c’è un ragionamento a compartimenti stagni, come spesso capita nei servizi educativi, ma noto uno sguardo integrato che tiene conto di tutti i fattori della persona destinataria del programma. Viene utilizzato coscientemente e intenzionalmente questo sguardo trasversale? È forse per raggiungere una maggior efficacia?
Il fascino che ora mi muove sta proprio qui: la prevenzione tiene dentro tutti gli aspetti, dall’informazione (lavorando sulla percezione delle conseguenze negative immediate nel tempo), ad un’educazione (che valorizza modalità di apprendimento partecipative, interattive e spontanee), da una promozione della salute ad una dimensione relazionale con la peer education o il mentoring (che valorizza rapporti intergenerazionali con una dimensione pedagogica) ecc..
Un’altra domanda interessante da tener viva rispetto all’efficacia e alla valutazione delle azioni di prevenzione alle dipendenze non è una domanda semplicistica e riduzionistica quale chiedersi se i programmi funzionano, ma è: quali meccanismi si prevede che il programma inneschi, in quali persone e con quali risultati? Cosa funziona, per chi ed in quali circostanze? Per questo successivamente si propone l’idea di progetti come programmi e non come monadi. Il lavoro educativo sta nell’inserirsi dentro un processo che tenga conto dell’origine dell’intervento all’interno di una strategia più ampia, di un determinato territorio e di un arco temporale preciso. Per poter lavorare sul “qui ed ora” bisogna inserirsi in un presente che è legato ragionevolmente ad una dimensione passata ed una futura. Chiediamoci quindi cosa è stato fatto? Cosa sarà previsto? E quindi cosa posso proporre ora?

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