Riflessioni sul fenomeno della dipendenza…

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Anna Staff pubblicato 2 anni fa

Il paradosso della società attuale: tra individualismo esasperato ed additività
Vorrei partire dalla concretezza di un’esperienza che parla del mio rapporto con un ragazzino alla conquista della sua quotidianità, esperienza da cui è partita la mia riflessione.
Per una serie di circostanze mi trovo a fare la babysitter a Stefano, un ragazzino di dieci anni. Si deve vestire e mangiare. Chiedo se ha bisogno una mano per vestirsi, vedendolo in difficoltà. Inaspettatamente la mia domanda diventa il pretesto per Stefano di far valere la sua persona, di sottolineare la sua indipendenza ed il suo potere, di marcare il suo spazio e la capacità di autogestirsi. “Ce la faccio da solo, faccio tutto io”. In maniera diversa, invece, mi risponde davanti ad un piatto di verdure che non ha nessuna voglia di mangiare: “lo mangio solo per diventare come braccio di ferro che mangia gli spinaci e diventa forte! Li mangio perché ho bisogno”. È così che mi sono sorpresa a pensare: “ma come, proprio tu- che puoi tutto da solo- per diventare forte hai bisogno degli spinaci, di qualcosa oltre te, altro da te?!”.
Ci si starà chiedendo cosa hanno in comune il ragazzino che da sé si sostiene e lo stesso ragazzino che necessita di qualcosa fuori da sé per essere sostenuto? Ma soprattutto come hanno a che fare con il mio tirocinio nel dipartimento di prevenzione alle dipendenze?
Il paradosso cui mi trovo davanti, seppur in questo esempio concreto non emerga prepotentemente, è proprio questo: da una parte un individualismo esasperato, frutto di una cultura umanista e razionalista, e dall’altra un individuo che si sente obbligato a cercare qualcosa fuori di sé, qualcosa di più di se stesso, qualcosa oltre sé per poter vivere, o meglio sopravvivere.
Vorrei soffermarmi, innanzitutto, sul delineamento di un profilo individualistico e in via di disgregazione di cui l’Umanesimo ed il Razionalismo, a mio parere, hanno dato un supporto culturale. In questi due atteggiamenti culturali che appartengono all’uomo moderno, è l’uomo stesso che diventa il riferimento ideale. L’umanista, infatti, è come se riproponesse l’ideale del divo, dell’eroe greco che, per non essere stritolato dal fato, poggia solo su se stesso e si fida delle sue uniche forze. Il senso di impotenza dell’uomo mi sembra che venga ridotto, attutito, nonostante resti un disagio ultimo di fronte al tempo, al limite e alla morte. Mi viene in mente Lorenzo de Medici quando scrive:
“Quant’è bella giovinezza,
che si fugge tuttavia!
Chi vuol esser lieto, sia:
di domani non c’è certezza”
 
L’interesse fondamentale diventa perciò la riuscita, la ricerca della riuscita personale che è un’autoaffermazione di sé e delle proprie capacità, eliminando spesso il rapporto con l’altro. Ecco che questo inizia ad evacuare il giudizio morale sui gesti dell’uomo a favore di una sovrastima del successo. Non si guarda più alla totalità, ma ad un particolare ingigantito che non è più in relazione al tutto. La riuscita diventa risposta all’esigenza di racchiudere totalmente tale ideale in una utilizzazione e consumazione individualistica.
Una posizione razionalista, allo stesso modo propone un uomo che è concepito astrattamente in cui la ragione non ammette nessun tipo di interferenza. Emerge, quindi, nell’epoca del razionalismo tramandato poi fino ad oggi, un concetto ben preciso di ragione e di coscienza, che non ammette né interferenza né integrazioni dal di fuori. Se la coscienza è il luogo e il soggetto originario della verità, se l’uomo è misura di tutte le cose, e se la ragione è l’unico strumento della coscienza, non si può comunque uscire dalla ragione. Tutto ciò che pretendesse di farlo sarebbe considerato illecita intrusione, sopraffazione o schiavitù addirittura.
Mi domando se non è più realistica una visione dell’uomo che ne riconosca la paradossale mistura di un limite e di una potenzialità che lo caratterizza? Non è più libera una mente aperta alla possibilità di verificare qualunque proposta gli venga incontro?
Tornando al discorso, mi sembra di poter affermare che gli effetti dell’umanesimo e del razionalismo per come sono stati proposti, oggi spingano a ridurre o tendono a ridurre il problema proposto ad idee già in lui formulate, a categorie di possibilità che egli stesso, sovrano di sé, stabilisce, in modo tale che un problema viene considerato così come viene formulato e non come esso si pone. Chesterton, scrittore inglese, in “San Tomaso d’Aquino” afferma l’idea secondo cui l’uomo che decide esclusivamente attraverso la sua ratio, o attraverso il suo sentire, si condanna a una perdita di oggettività, che finirà paradossalmente per danneggiare sia la sua ratio sia il suo sentire. (“Se la mente basta a se stessa, è insufficiente per se stessa. Al suo nutrimento occorre il fatto in sé […]: il nutrimento dell’estraneo forte cibo della realtà”).
Il denominatore comune emergente da queste due mentalità apparentemente opposte è, quindi, l’esaltazione a oltranza dell’uomo: l’uomo è presuntuosamente al centro di tutto. Non credo ci sia qualcosa di negativo in questo, se non che non viene più guardato l’uomo dentro un rapporto, esso diventa unico soggetto astratto. Per uomo si intende qui l’umanità, generalmente intesa, che posta al centro diventa un concetto astratto, omogeneizzante e spersonalizzante; a meno che l’umanità non sia intesa come un singolo “Io” in relazione.
Riprendendo l’esempio iniziale, quale paradosso ci intravedo in tutto questo? Per poter far emergere il paradosso che io ho intravisto stando con quel ragazzino, devo aggiungere un tassello in più facendomi aiutare dall’articolo “l’epoca dell’additivetà” inserito nel manuale di Life Skills Training di C. Celata:
Il fenomeno del consumo di sostanze psicotrope, legali o meno che siano, appare sdoganato all’interno di una più generale “cultura dell’additivetà”, diffusa e radicata in strati sempre più ampi della popolazione. Cos’, accanto agli ormai tradizionali e integrati tabacco e alcol, le sostanze psicotrope illegali regolano i ritmi vitali della quotidianità di un numero crescente di individui, permettendo “momenti ludico- ricreazionali” all’interno di ritmi vitali ossessivi, consentendo stili di vita prestazionali altrimenti insostenibili e/o semplicemente aiutando una socialità fortemente compromessa e/o attutendo il disagio esistenziale dell’individuo. In particolare fra i più giovani, l’utilizzo di sostanze stupefacenti sembra essere sospeso tra un desiderio di presenza nel mondo (che corre veloce, in cui si perdono i riferimenti, in cui non si è in grado di progettare il proprio futuro, in cui la cultura dell’”aiutino” per superare il proprio limite è particolarmente diffusa…) e un desiderio di fuga da una realtà molto più triste e meno avventurosa di quella promessa. In questo contesto la continuità agli stupefacenti si configura come […] scorciatoia per rispondere a un bisogno di identità prima ancora che di trasgressione.
 
Anche il filosofo e psicoanalista argentino Benasayag scrive: “nell’epoca delle passioni tristi, la crisi ci investe con la sua forza d’urto, manifestandosi in una miriade di violenze quotidiane. Sono quelle che in gergo chiamiamo attacchi contro i legami, indicativi di questa incapacità di elaborare un pensiero che ci consenta di uscire dalla crisi e dal suo corollario: la vita in stato di emergenza. Questo provoca una serie di passaggi all’atto incontenibili”. Egli sottolinea come ci troviamo immersi in un’epoca, l’odierna, caratterizzata da patologie dell’eccesso. Un potere, quello delle addictions, ora sedativo ora eccitante, così che tutte le esperienze sono potenzialmente additive.
Come anticipavo presentandovi la cultura che ha formato la società moderna, ci troviamo ora incentivati a personalità disimpegnate, attratte dalla gratificazione immediata dei desideri, dall’acquisizione materiale e caratterizzate dall’affermazione del sé in relazione al potere e al successo. L’Io oggi è portatore di un senso di vuoto e di disorientamento, che lasciano spazio per “oggetti” che devono in qualche modo riempire e gratificare. Ma come può essere che l’uomo appena individuato, ovvero quell’uomo al centro di tutto, che può tutto con la sua ratio, che aspira al successo con le sue sole forze, che “ce la faccio da solo, faccio tutto io” come Stefano, abbia bisogno dell’“aiutino” di qualcosa di esterno? Perché Stefano così presuntuosamente autonomo e che coglie al volo l’occasione per affermare sé, è lo stesso Stefano che necessita degli spinaci a dieci anni per diventare forte, o di una cannetta per stare con gli amici a quattordici? Dove si è nascosto lo Stefano che bastava a se stesso quando necessitava di altro da sé, di una sostanza esterna a sé? Uscendo da questo esempio portato all’estremo, astraendone i concetti appena proposti, ciò è semplicemente paradossale.
 
Credo che la domanda bruciante che sta alla base di tutte le varie forme di addiction sia una domanda di vita, di piacere, di relazione e non può essere soltanto associata ad aspetti distruttivi, regressivi e disadattivi. Se posso osare dire che la domanda è legittima e intrinseca nell’esistenza umana, posso però affermare che forse è la risposta che l’uomo trova a tali domande- il ricorso alle sostanze- che è incompleta e fuorviante. Stefano, ed i giovani come lui, cercano risposte che non trovano, cercano fuori da loro stessi e partendo da una domanda legittima approdano ad una risposta che non basta loro, che non può bastare.
Per concludere, vorrei però sottolineare quanto dentro questa paradossalità c’è un barlume di verità. Che l’uomo da solo non basti a se stesso penso che sia cosa data per scontata, che l’uomo cerchi risposte fuori da sé è un dato anche positivo, che esce dalla logica individualistica; ma forse il punto non è cosa cerca ma chi cerca. Non c’è nessuna connessione alla religiosità in questa frase! Quello che vorrei testimoniare è la necessità di tornare ad una tradizione di dialogo, ad un Uomo in rapporto dialogico con un altro, ottica che Freire propone in maniera assolutamente affascinante. Le domande che mi rimangono sono due: un dialogo per cosa? Un dialogo, perché?
Per ricercare e condividere un senso. Usando le parole di Umberto Galimberti: “alla base dell’assunzione delle droghe, di tutte le droghe, c’è da considerare se la vita offre un margine di senso sufficiente per giustificare tutta la fatica che si fa per vivere. Se questo senso non si dà, se non c’è neppure la prospettiva di poterlo reperire, se i giorni si succedono solo per distribuire insensatezza e dosi massicce di insignificanza, allora si va alla ricerca di qualche anestetico capace di renderci insensibili alla vita”. Paradossalmente, infatti, è proprio attraverso il dialogo con un “altro- da- sé” che è possibile comprendere più se stessi e si approfondisce così la natura del soggetto stesso. L’educazione, in fondo, anche nell’ambito della prevenzione alle dipendenze, si apre con un dialogo che tira fuori dal soggetto potenzialità, non dà qualcosa ad un ricevente che diventa passivo, è quindi un’educazione problematizzante, intimamente dialogica.

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