Senza Tetto VS Senza Dimora: Creatività Cercasi

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Andrea Staff pubblicato 2 anni fa
In occasione dell’avvicinarsi della 17esima edizione della “Notte dei senza dimora”, che si terrà il prossimo sabato 15 ottobre 2016 (ulteriori info qui) ho pensato di condividere con voi una mia riflessione sul tema, che può stimolarci a costruire insieme qualcosa di “alternativo”… Alla fine dell’intervento troverete il mio invito!

“Qualunque descrizione implica un descrittore (von Foerster, 1981) che utilizza un certo linguaggio, a sua volta condiviso da una società; la conoscenza emerge dunque dalla comunità in cui si trova il soggetto/osservatore ed è mediata dal codice linguistico usato.”[1]

Seguendo il flusso dei miei pensieri ho ripensato ai termini esistenti e che più volte ho sentito adoperare per descrivere/riferirsi alle persone che vivono sulla strada. Cito i principali: homeless, roofless, clochard, barbone, vagabondo, senza tetto, senza dimora. Sono moltissimi! Ciò mi ha fatto riflettere, perché in questa moltitudine di diciture ho percepito un senso di dinamicità, di parzialità, di insicurezza, di difficoltà ad incasellare, stabilire, definire chiaramente una volta per tutte… Ad un certo punto ho ipotizzato che insieme potessero celebrare la complessità del fenomeno e mi sono sforzato di cercare una connessione tra queste espressioni.

“Per arrivare al tutto dobbiamo guardare come le parti sono connesse fra loro e quindi vedere ogni parte non isolatamente, ma nelle sue connessioni con tutte le altre. Dobbiamo spostare l’attenzione dalle parti isolate, al “pattern”, al modello che connette”[2]

Ho svolto qualche ricerca tentando di recuperare la semantica e le derivazioni di queste parole. È stato un esercizio utile che mi ha permesso di approfondire i significati e risalire all’immaginario che fa capo a queste parole… Sono partito dalla parola francese “clochard” che i più celebri dizionari di lingua italiana fanno derivare da “clocher” che significa “zoppicare”. Questo termine, a sua volta, deriva dal latino volgare “cloppicare”, con estensione semantica al mendicare cui erano costretti gli storpi e gli zoppi nei secoli passati. La parola “barbone”, invece, soprattutto negli ultimi anni ha assunto una connotazione negativa, tanto che il suo utilizzo viene sempre più spesso evitato. Alcuni dei sinonimi che il “Grande Dizionario Italiano dei Sinonimi e dei Contrari UTET” propone e accosta a questo termine sono: “straccione”, “accattone”, “mendicante” e “pezzente”. Il termine “vagabondo” deriva, invece, dal latino “vagabundus” ed indica un individuo che si muove errando senza sapere dove; viene definito come fannullone, ozioso, che non conosce dimora, restio al lavoro e socialmente pericoloso. Differisce da “vagante” (che esprime l’atto) in quanto determina uno stato ed un abito. Per quanto riguarda la terminologia inglese ed internazionale ho scoperto come la desinenza –less (homeless, roofless) agevoli quella che è una definizione per difetto. Lo stesso vale per i termini senza-tetto e senza-dimora. Non sembrano parole ben auspicanti né tanto meno invitano ad un incontro e ad una relazione. Ad unirle è quindi forse la “mancanza” come categoria esistenziale: senza casa, senza tetto, senza meta, senza soldi, senza integrità fisica, senza stabilità, senza lavoro, senza relazioni, senza visibilità… senza identità.

Quando ho intrapreso il mio percorso formativo in questo ambito [3], mi sono chiesto più volte: “come devo chiamarli?”. Ho ripensato alla mia esperienza con queste persone e ho ritenuto che le descrizioni che queste parole erano in grado di dare mi apparivano piuttosto “sciatte, basate su similitudini e credenze tradizionali piuttosto che su una cauta e meticolosa analisi”[4]
esperienziale.
Credo che il concetto di “urgenza classificatoria”[5] ben descriva questo fenomeno. Essa sostiene che talvolta prendiamo delle decisioni collettive in una condizione di scarsità di informazioni tale che ci obbliga ad affidarci agli stereotipi dominanti o che riteniamo tali. Questi stereotipi, tuttavia, non sono qualcosa di “oggettivo”, sono delle costruzioni al tempo stesso sociali ed arbitrarie, che si rifanno ai propri immaginari, esperienze, racconti, cultura, miti e credenze, pertanto sarebbe opportuno approcciarsi a queste parole trattandole come tali (la mappa non è il territorio e il nome non è la cosa designata…).
Credo che questa cosa sia importante in quanto, a maggior ragione in ambito educativo, le parole con cui nominiamo un “problema” contribuiscono a determinare il modo con cui ci rapportiamo ad esso e con cui cercheremo di risolverlo. Le sfumature fanno la differenza. Darsi la possibilità di esplorarle può essere utile per prendere consapevolezza del fatto che propendere per l’una o per l’altra possa avere delle conseguenze su come poi si interviene. Ad esempio, esplorando l’immaginario degli operatori e dei servizi, coloro i quali sposano/vano il termine “senza tetto” tendono/tendevano a considerare il problema delle persone che vivono in strada principalmente come “problema della casa”, leggendo dunque il disagio abitativo come fattore determinante a cui ricondurre la loro condizione. Laddove invece prevalga la definizione di “senza dimora”, in quanto soggetti con un “problema di relazione sociale”, la chiave di lettura del fenomeno sarà di tipo sociale e relazionale e sarà visto all’interno del più vasto problema del disagio e dell’esclusione sociale. Fornire una definizione della persona senza dimora mi sembra comunque un compito difficile: il rischio è di imbrigliarne l’identità e la dignità entro definizioni limitate. Questo non significa eluderle del tutto ma posizionarsi consapevolmente rispetto ad esse, evitando di accontentarsi delle prime impressioni ed immagini che ci vengono in mente:

“il contrario dell’urgenza classificatoria è infatti la capacità di convivere col disagio dell’incertezza, di sopportare l’esplorazione prolungata e paziente; il rendersi disponibili e anche divertirsi non solo all’inizio ma durante tutto il processo ad accogliere lo sconcerto e disorientamento”[6].

Per quanto concerne il mio posizionamento, tra le diverse diciture, quella che personalmente ho deciso di utilizzare è “persone senza dimora”. Questa è quella utilizzata maggiormente tra gli addetti ai lavori e dai principali organismi nazionali che si occupano di queste persone, i quali intorno al termine “dimora” hanno costruito una significazione più ampia, capace secondo me di rendere in buona parte la complessità del fenomeno:

“Essere senza dimora non significa tanto essere senza un tetto quanto piuttosto essere privi di tutta la vita che si può svolgere sotto un tetto dove l’uomo può coltivare le relazioni informali e formali, nonché dare forma e senso alla propria identità”[7] .

La Federazione Italiana Organismi per le Persone senza Dimora (FIO.psd), all’articolo 6 della propria Carta dei Valori, definisce tali persone come

“soggetti in stato di povertà materiale e immateriale, portatori di un disagio complesso, dinamico e multiforme che non si esaurisce alla sola sfera dei bisogni primari ma che investe l’intera sfera delle necessità e delle aspettative della persona, specie sotto il profilo relazionale, emotivo ed affettivo”[8] .

Penso che per allargare la mia prospettiva e moltiplicare i miei punti di vista, debba comunque sforzarmi di non perdere e non scartare aprioristicamente tutta la varietà di parole che ho esplorato in precedenza (homeless, roofless, clochard, barbone, vagabondo, senza tetto) e che ho deciso di non utilizzare per nominare il fenomeno. Esse infatti non spariscono ma continuano a circolare nel sistema tra quei cittadini, operatori, servizi che decidono (più o meno consapevolmente) di avvalersene, contribuendo quotidianamente a costruire e rafforzare determinati immaginari e orizzonti di senso. Ciascuna di esse è portatrice di uno sguardo e di un punto di vista che, per quanto parziali, influiscono comunque sul sistema e sulle relazioni. Tenerle in considerazione mi aiuta dunque a cogliere le diverse sfaccettature del fenomeno. Tornando al mio posizionamento rispetto alla dicitura “senza dimora”, penso sia opportuno ricordare come assieme alle altre condivida il limite di costruire una definizione per difetto: in questo modo sembra escludere la possibilità di adottare pienamente la tecnica di connotazione positiva. Essa “consente di definire la relazione di cura senza introdurre squalifiche”[9] , valorizzando le risorse della persona al di là dei comportamenti problematici, ed evitando la retorica della generalizzazione e del moralismo che condanna e colpevolizza a priori. Ritengo che nel lavoro educativo rileggere i comportamenti che queste persone attuano e che vengono spesso etichettati come negativi, patologici, malati, può consentire di ridefinirli entro una cornice di positività, di scelta, di funzionalità, nell’ottica di un ascolto attivo e una relazione più autentica con l’altro.

Partirei da qui per lanciarvi una proposta, un gioco: aiutatemi a trovare, creare, inventare insieme una parola altra o nuova che aiuti a ri-de-finire per qualità piuttosto che per difetto e che possa contribuire a mutare sguardi, ampliare orizzonti, aprire possibilità e soprattutto a favorire prossimità!

NOTE
[1] Caruso, A., Formenti, L., Gini, D. (a cura di), Il diciottesimo cammello. Cornici sistemiche per il Counselling, Raffaello Cortina, Milano 2008, p.79
[2] Sclavi, M., Arte di ascoltare e mondi possibili. Come si esce dalle cornici di cui siamo parte, Bruno Mondadori Editore, Milano 2003, p.47
[3] Tirocinio, tesi, esperienze conoscitive e lavorative
[4] Sclavi, M., Arte di ascoltare e mondi possibili. Come si esce dalle cornici di cui siamo parte, cit., p.47
[5] Cfr., ibidem
[6] Sclavi, M., Arte di ascoltare e mondi possibili. Come si esce dalle cornici di cui siamo parte, cit., p. 48
[7] T. Badaracco, Senza Dimora, link (09-10-16)
[8] Fio.PSD, Carta dei valori, link (09-10-16)
[9] Formenti, L. (a cura di), Re-inventare la famiglia. Guida teorico-pratica per i professionisti dell’educazione, Apogeo, Milano 2012, p.51

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2 Risposte
Giulia Staff risposto 2 anni fa

Mi è venuta un’illuminazione durante una conversazione. È uscito casualmente un termine che mi è piaciuto tantissimo idealmente collocato in questo contesto: “cantastorie”! Il cantastorie è colui che ha delle storie da raccontare, da cantare. Non connota in negativo bensì raccoglie e rilancia quella che può essere una peculiarità (nè positiva nè negativa, ma certo ha un che di affascinante sotto questo nome) di coloro che vivono in strada. Ha sicuramente alcuni limiti: il termine può rimandare ancora a una visione un po’ romantica, quella del “nomade” di spirito libero che vive consapevolmente lontano, auto-emarginato, dalla società. Ancora, cantastorie ha in sé un secondo significato, figurato, di “bugiardo”, colui che racconta favole, bugie.
Ad ogni modo, nonostante i limiti evidenziati, questo termine mi ha innanzitutto rimandato una sensazione positiva legata alle esperienze di cui ho sentito, le storie che mi sono state riportate. Quando hai poco o nulla (che tu abbia un tetto sopra la testa o meno) a volte ti rimangono ancora le tue storie, come modo di incontrare l’Altro, come modo di creare prossimità e legami. Certo, le nostre storie possono anche allontanarci, ma penso che il ruolo dell’educatore come “ponte”, possa essere di qualche aiuto in questo senso.
Grazie per gli stimoli.
Giulia

Andrea Staff risposto 2 anni fa

Grazie Giulia di aver fornito questo interessante stimolo.
La parola che hai trovato e suggerito mi sembra interessante e suggestiva. Mi permetto di farla mia e di aggiungere qualche considerazione. Penso sia proprio vero che i “senza dimora” (li chiamerò così almeno fin quando non avremo trovato la “parola alternativa”) abbiano la peculiarità di avere delle storie da raccontare, spesso molto dolorose, difficili, complicate ma altre anche molto belle, semplici, quotidiane, divertenti. Ho pensato che, sopratutto in strada, mi è capitato di incontrare persone che non avevano la minima intenzione di raccontarsi e che il fatto stesso che non volessero/potessero farlo poteva dirmi/raccontarmi delle cose su di loro, sulla loro condizione ma anche su di me, sulla mia città, sulle persone che la vivono, sull’esperienza umana vissuta. Di conseguenza condivido ciò che hai scritto e mi appunto una parola che mi è balzata per la mente proprio mentre leggevo il tuo intervento e ragionavo sulla mia esperienza personale: “narrante”. E’ una parola che mi convince molto perchè in grado di “dare per scontato” che si tratta di persone interessanti, che ci stanno dicendo delle cose e che possono dircene molte altre ancora. Ciò a prescindere da cosa raccontano, come si raccontano, come se la raccontano, e se si raccontano.
Ciò che non contempla la tua definizione, ma a che a mio parere è fondamentale inserire, riguarda il tema dell’abitare, inteso non tanto come la questione di vivere in uno spazio domestico (taluni non hanno proprio le competenze per poterlo fare) quanto la capacità, a mio avviso fuori dal comune, di riuscire ad abitare quotidianamente spazi, tempi e luoghi del rischio e della marginalità, come può essere la strada. Purtroppo e perfortuna sono bravissimi a farlo e questa competenza deve essergli riconosciuta. Mi permetto quindi di rilanciare una nuova definizione facendo tesoro del tuo spunto. Penso che “Abitanti Narranti” possa essere un’altra definizione possibile. Forse come professionista se parto dal presupposto che Tu, seppur senza una casa, stai riuscendo ad abitare “qualcosa” di importante e complicato magari posso maggiormente incuriosirmi di quel Tuo luogo e di come lo stai abitando; posso porre domande, restituirTi dignità, competenze, capacità… Posso stupirmi, guardarTi e ascoltarTi diversamente, cogliere esigenze e bisogni differenti da quelli che mi aspetto o che ritengo essere oppurtuni e adatti a Te. Posso favorire e presidiare la prossimità.
Attendo dalla piazza ulteriori spunti e stimoli che possano permetterci di proseguire questo percorso e questa riflessione.
Intanto.. Grazie!
Andrea