Si sta/ come d’autunno/ sugli alberi/ le foglie.

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Giulia Staff pubblicato 1 anno fa

Martedì 11 giugno 2013
Ultimo step di oggi è la chiusura del gruppo volontari con il dr. V.: è venuto Marco, il genero di una volontaria, a presentarci il suo libro “Pronti a tutte le partenze”. Un libro che parla di precarietà, non solo lavorativa, ma esistenziale. La discussione è molto interessante, spazia un po’ su tutto, anche se qui vorrei riportare quello che secondo me è il nodo focale della questione.
Il tema della precarietà in hospice è secondo me molto importante, non l’avevo mai sfiorato e sono molto molto felice di essere stata presente oggi per averne un assaggio, uno spunto per una riflessione. Il termine “precarietà” deriva dal latino e si riconduce al verbo pregare: in questo caso per avere un diritto che ci è stato tolto. Due sono gli elementi fondanti della precarietà: il poco tempo a disposizione e il fatto che le persone non scelgono di trovarsi in questa condizione ma vi sono in qualche modo costrette.
L’istinto umano ricerca sicurezza e stabilità, non precarietà, perché l’uomo fatica ad accettare imprevisti e cambiamenti. Risulta dunque necessario “allenarsi alla precarietà” per far emergere quegli “ammortizzatori” dell’imprevisto insiti e sopiti in noi. È una sorta di prevenzione che dobbiamo curare per noi e per chi ci sta accanto.
La precarietà è, ad oggi, un aspetto del vivere; non riguarda solo il mondo del lavoro. Essendo dimensione del vivere quasi quotidiano, che cosa possiamo trarne di positivo per poterci convivere e poterla gestire? Nel libro, Marco spiega come nella precarietà si impari ad essere più reattivi e ricettivi: ci si pone in una posizione di ascolto di se stessi e del mondo esterno molto attenta e profonda. Il precario deve dare tutto in un breve lasso di tempo: cerca di rendere il tempo vuoto “tempo d’azione”.
Questi concetti ritornano molto anche in hospice. I malati terminali non sono così dissimili dai lavoratori precari per sentimenti ed emozioni che provano. Il precariato è un dramma perché toglie, anzi, strappa via, il pensiero rivolto al futuro, la progettualità, l’immaginazione, la stabilità. Non si ha paura del precariato quando si ha la possibilità di cambiare, quando noi continuiamo a mantenere un certo grado di controllo sulla nostra vita. Noi educatori professionali lavoriamo spesso saltando di progetto in progetto, di servizio in servizio: ciò non ci impaurisce perché sappiamo che tendenzialmente finito un progetto se ne aprirà un altro, abbandonato un servizio ne troveremo sicuramente uno nuovo in cui inserirci. Anzi, per noi la precarietà dà valore aggiunto per la grande possibilità che abbiamo di cambiare utenza e tipologie di servizi con grande beneficio della nostra crescita personale e professionale e della nostra integrità psico-emotiva.
Chi invece, licenziato in tronco, scaduto il contratto a progetto o lo stage, non sa se troverà un altro posto di lavoro e non ha idea di come andrà avanti a pagarsi l’affitto, necessariamente vive il precariato come un dramma che non gli consente di crearsi un po’ di stabilità, una famiglia, dei progetti. Non è attivo in questo processo ed è questo che rende il precariato un problema tanto grave: le persone non hanno più controllo sulla propria vita, sulla propria esistenza. La paura è data dall’impotenza e dalla passività.
Il concetto di tempo è un concetto presente sia nella precarietà lavorativa che nella precarietà esistenziale. Il tempo che avanza da un lato, e il tempo che mi consuma dall’altro. La persona precaria guarda al tempo come incombente, come pressante, soffocante. Nella persona malata in particolar modo questa sensazione è presente in modo molto evidente. “Stare” all’interno dell’illusione del malato o dei famigliari permette di dar loro un po’ di sollievo, come creare uno spazio tra la persona e il tempo, ampliare un po’ le distanze, spingerlo un po’ più in là. Nel rapportarci alle persone malate sarà importante allora rispecchiare non la vita (che è lontana e disturba, dà fastidio) e non la morte (che incombe e fa paura) ma la speranza, unica istanza che permette di mantenere, nella precarietà della vita e nella consapevolezza della morte, ancora un barlume di attività mentale, futuro e progettualità.
Come sfruttare ciò che di positivo c’è nella precarietà? E soprattutto, come utilizzarlo per accompagnare le persone malate? Se assumo che siano più ricettivi, più profondi, più disposti ad ascoltare ed ascoltarsi, questo mi dovrebbe suggerire prima di tutto una modalità con cui relazionarmi con loro. Una modalità che davvero incarni il principio cui si ispirano le cure palliative: il “fare” dopo che “non c’è più nulla da fare”. Se ho in mente che fino all’ultimo quel paziente, quella persona, c’è, è viva, desiderosa di essere attiva almeno nel pensiero, di non soccombere al tempo, di ascoltare ogni stimolo che ha intorno, recepirlo e farlo proprio, forse non gli parlerò come se fosse già morta; forse mi relazionerò con lei offrendole riconoscimento, rimandandole ascolto. Riconoscendo la sua dignità, che è tale fin dopo la morte.
Forse toglierò quelle pellicole dalle finestre per permetterle di guardare il cielo e il verde del prato e le persone che camminano e chissà dove vanno, cosa pensano, se sono sposate, quanto sono buffe.
 

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