Sighe scomode

La PiazzaSighe scomode
Anna Staff pubblicato 2 anni fa

Comunità per minori con disturbi psichiatrici.
C. mi guarda incuriosita: “ci fumiamo una siga?”. E così esco al freddo e al gelo ad accompagnarla a fumarci sta “siga” e colgo l’occasione per conoscerla e farmi conoscere. Con aria fiera, orgogliosa e piena di sè mi racconta che circa una settimana prima è scappata dalla comunità, coinvolgendo tutti gli altri ospiti della comunità in questo geniale piano di fuga. Tutta soddisfatta del suo racconto, mi guarda e mi dice quasi per giustificarsi a mo’ di miss Italia o Marracash: “Per me la libertà è importante, se non posso essere libera allora me la prendo da sola- la mia libertà”.
Si aspetta un rimprovero, un mio scuotere la testa… in realtà mi viene solo una domanda spontanea: ma cos’è “libertà” per te? non è una domanda retorica, mi interessa la sua risposta.
Rimane spiazzata, occhi sgranati per un istante per poi tornare subito all’attacco: “Bella domanda di sto c……o! è fare quello che c…..o voglio no?!”. Rimango in silenzio un po’, poi le dico che potrebbe essere quella la libertà ma che pensandoci forse per me era troppo poco.
C. ha lasciato cadere la sua maschera da “tamarra” e ha annuito. “Ci penso…”, butta la siga a terra e si mette le cuffiette della sua musica rap nelle orecchie.
C. mi è rimasta impressa per tutta la giornata. Mi ha ridestato una domanda forte sulla libertà, su cosa significhi essere libera nella mia vita e quanto la libertà è un leitmotiv nell’educare: il problema della libertà è inevitabile nell’incontro con “altro- da- te” e ponendosi in un ruolo educativo. Peccato che ormai la parola libertà sia abusata, ma pochi mettono a tema esperienze e riflessioni, dubbi e domande sulla libertà nella relazione educativa, sulla libertà nell’agire educativo e per l’educando e per l’educatore.
Ripensando al dialogo con C. rispolvero la consapevolezza del fatto che il nostro compito non è un compito salvifico o assistenziale, ma è un compito specificamente educativo. Educare non significa pretendere di salvare l’uomo, imporgli una conversione calibrata su una nostra misura. Insomma evitare meramente che C. non scappi dalla comunià.
Significa, semmai, mostrargli la possibilità di una vita diversa, proporgli una strada alternativa, facendo salva l’irriducibile libertà individuale di scegliere di non seguirla. Il punto principale, allora, diventa una presenza, prossima e quotidiana (portata anche dove non arrivano lo Stato e le sue leggi), il semplice “stare con” che diventa il punto di partenza di ogni condivisione, e della costruzione di una vera coscienza di sé.
Però, nonostante Educare non significa imporre una conversione calibrata su una nostra misura, alcune volte sento il desiderio forte di eliminare la libertà di C.
Ma a voi la libertà dell’altro, dell’educando, non vi sta “scomoda” certe volte? Scomoda perchè con la libertà l’utente può dirti NO, può osare dire all’educatore e alla sua proposta di cambiamento un bel NO, grazie- nei migliori dei casi..
 

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