Lo strumento per eccellenza di un qualsiasi servizio educativo è il Piano Educativo Individualizzato.

Stratificati su tale strumento, con il passare del tempo, si sono sovrapposti significati diversi; a volte, contraddittori tra loro.

C’è chi lo ritiene null’altro che la misurazione delle risorse presenti al momento della sua stesura: una sorta di istantanea in grado di catturare il “che c’è” di oggi ma non “il sarà” di domani; una dichiarazione preventiva di impotenza che dichiara il proprio mortificante nichilismo progettuale.
Altri fanno del P.E.I. una sorta di feticcio cui tutto sacrificare pur di salvaguardarne contenuti e scansioni temporali; quasi una liberatoria dalla fatica della relazione.

Altri ancora nutrono nei suoi confronti sentimenti ondivaghi a seconda degli umori di giornata.

Riflessioni sul PEI

È, purtroppo, raro, invece, considerare il P.E.I. come lo squarcio spalancato sul senso dell’essere educatore e della relazione educativa come evento. Cerchiamo allora di rintracciare quegli elementi che definiscono, con maggior chiarezza, il suo significato.

L’importanza del P.E.I.

Usualmente ci riferiamo al P.E.I. come a uno strumento definito nei suoi contenuti e nei suoi tempi di attuazione; un insieme di elementi interrelati la cui risultante deve essere la rispondenza del comportamento atteso.
In caso contrario, questa, tende a essere utilizzata quale codice di lettura del comportamento disatteso con la conseguenza nefasta di rafforzare ulteriormente l’idea di una inadeguatezza del soggetto e non già l’eventuale e/o possibile deficit del P.E.I.

Ciò, probabilmente, è dovuto proprio a una insufficiente padronanza del suo significato più profondo, oltre a una scarsa dimestichezza della sua corretta collocazione nel processo educativo. Tra l’altro, un progetto, in realtà, riflette, sempre, almeno in parte, il vissuto personale, oltre che professionale, dell’estensore.
Da qui, forse, il motivo per cui sanzionarne il valore tecnico-professionale implicherebbe, comunque, intaccare quei significati, squisitamente personali in esso declinati seppur mimetizzati.

E’ certamente più facile ed economico, infatti, imputare all’utente l’onere dell’incapacità di soddisfare le domande del P.E.I. piuttosto che certificare l’insufficienza analitica e/o il deficit metodologico dell’intero sistema educativo in quel progetto dichiarato.

Ma noi non viviamo così.

«L’esserci è un essere possibile consegnato a se stesso, una possibilità gettata da cima a fondo.»

Ogni progetto nel quale ci impegniamo corrisponde a una nostra possibilità esistenziale; questa non rimanda a una libertà indifferente che si può declinare ora in questo, ora in quello, quanto piuttosto alla radice stessa del nostro esistere; alla possibilità che ci fa esistere qui e ora nei progetti cui apparteniamo.

Riscopriamo dentro il termine progetto la radice: getto. Afferma Heidegger che l‘«esistere effettivo dell’Esserci non è soltanto, in generale e indifferentemente, un gettato poter-essere-nel mondo, ma è anche già sempre immedesimato con un mondo di cui si prende cura»

Si allude, qui, a un agire non vincolato, semplicemente, da una intenzionalità di tipo razionalistico che trova ragione dei progetti in cui si realizza. Piuttosto si rimanda a un agire già, subito, compreso all’interno di un sistema di significati dati. Il bambino che viene invitato a lanciare una palla risponderà, spesso, calciando in modo assolutamente casuale e non già in modo intenzionalmente mirato.

la_ggente_530x400

La “mira”, affermiamo, essere seconda rispetto a un agire aperto dalla possibilità stessa di risposta. In questo senso anche il progetto è conseguente alla possibilità stessa dell’essere gettati.

Ciò che viene presidiato da parte degli attori del setting educativo non è il “progetto” bensì il “getto” ovvero il fatto stesso di esser-ci proiettati nei possibili poter essere. Prima del progetto, quindi, gli attori in gioco delimitano e sondano, quel territorio esistenziale costituito dalle reciproche biografie individuali declinate negli specifici ruoli che essi rivestono.

Tutto un mondo dato e non deciso. Questo “prima” non va inteso in senso temporale ma ontologico: è la possibilità stessa di perdersi nei progetti nei quali ci impegniamo.

È in tale spazio di tempo, o tempo di spazio, che vengono individuate, solitamente e grazie al guizzo dell’intuizione, quelle armonie possibili per cui valga la pena stabilire l’alleanza educativa da definire poi in un progetto educativo.
Ma, sia l’alleanza che il conseguente progetto, non possono che derivare da una interazione tra gli attori che, posto il progetto come momento di sintesi, saranno impegnati in una sorta di gioco del “getto e ri-getto” che rappresenta, appunto, l’esplorazione di quel territorio esistenziale di cui prima dicevamo.

Prima di ogni progetto, e affinché questo abbia senso, postuliamo un incontro che è riconoscimento di armonie, di consonanze rassicuranti o di dissonanze interessanti, di giochi di echi. Se ne può, quindi, ricavare una sequenza disposta nel seguente modo: getto, ri-getto e pro-getto.
Il getto in tale rappresentazione diviene, pertanto, il luogo del momento intuitivo. Il luogo dove il gettare segnala una presenza. I due attori in gioco si testimoniano reciprocamente l’eco della propria realtà; il richiamo delle proprie note.

Ogni gettare chiama, a sua volta, un ri-gettare. Come il bambino al quale si tira un pallone che lo rilancerà. Tale secondo tempo segnala la volontà di esplorare tale presenza, di interloquire con essa. Dirà che quella presenza riveste significato da cui ricavare senso per la propria.

E’ il momento in cui il “Tu” incontra il “Me”.
Gli attori si riconosceranno tali, osservandosi alla ricerca di risposte possibili agli interrogativi che le rispettive presenze reciprocamente suscitano.

Le differenze quali peculiari possibilità di uguaglianza. Solo giunti a tal punto è, allora, possibile il progettare insieme.
Il pro-gettare, quale possibilità dell’esser-ci nel suo poter essere, resta, sempre, ancorato all’effettività dell’Esserci.
Ovverosia, l’effettività dell’Esserci quale azione di cura. Il progetto è, quindi, una delle fasi della relazione educativa e non la esaurisce mai in sé.

Per tali motivi essi, i progetti, in realtà, si costruiscono unitamente al progredire della relazione educativa. Si faccia attenzione: non è il progetto educativo che dà corpo all’alleanza educativa, bensì questa che fornisce istantanee per la sua biografia. Biografia di nome prossimità!

Condividi Questa Pagina!

Risposte

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

+