“Gli educatori non scrivono”

Ecco uno dei principali motivi per cui è nata Social Proximity.

Ci siamo imbattuti in chi, come noi, vive il bisogno di esprimere e condividere contenuti, riflessioni, domande in merito al tema dell’educazione.  In chi si interroga sul valore che la scrittura e la divulgazione di “storie educative” possano avere per la società e per gli “addetti ai lavori”.

Vi proponiamo quindi questo articolo di Anna Gatti, incontrata per caso in Internet: i suoi scritti ci hanno spiazzato perchè parlano un linguaggio vicino al nostro e propongono una visione molto simile a quella che ci immaginavamo nel progettare Social Proximity.

Ringraziamo Anna Gatti per aver condiviso il suo interessante pezzo.

 

Perchè scrivere di educazione | di Anna Gatti

Esistono storie che non riescono ad essere viste perché si chiudono nella relazione tra educatore e utente, tra Maria e Nadia, tra un adulto che sa che cosa sta facendo ed un utente che ha bisogno di quel sapere che trasforma un gesto in cura, che trasforma un azione casuale in un pensiero e lo inserisce in un progetto.

Ma spesso il sapere si ferma in quell’azione, in quel gesto.

Il sapere studiato, conosciuto e pensato, il sapere di un gesto che cura, che si occupa di altri riesce a connettere situazione e bisogni differenti e a trovare nuovi modi per far stare bene le persone che abitano quel contesto, quella casa, quel territorio, quella scuola.

Il sapere educativo che parla di come da un pensiero e da un progetto scritto si riescano a realizzare buone pratiche educative che siano azioni dirette con l’utenza o buone pratiche di coordinamento di un’équipe, di pensiero ed innovazione attorno ad un determinato fuoco, oggetto intenzionale, mandato della committenza, è pane quotidiano nei servizi educativi che incrocio.

Le buone prassi educative e il sapere pedagogico sono importanti per la società perché è la parte professionale che si cura delle persone: è la declinazione pratica dei servizi che hanno come mandato il creare contesti per una crescita favorevole dei soggetti della società.

Eppure, tutto ciò fatica ad essere mostrato da chi se ne occupa alla società.

Esistono relazioni alla committenza, relazioni per il tribunale che segue il minore, incontri con le famiglie dell’utente e via dicendo.

Manca a mio avviso il “ritorno” alla società che sui servizi investe. perché i servizi sono pagati con contributi pubblici, per la maggior parte, almeno.

Per me si apre dunque una sfida (come mi ha rimandato Michaela Matichecchia): narrare sul web, trovando luoghi e tempi, modi e parole è un’opportunità perché il sapere di ciò che si insegna e si impara diventi un bene collettivo, della comunità, della società?

È possibile narrare ciò che gli educatori e i pedagogisti immettono con le loro pratiche quotidiane al “servizio” della comunità? è possibile mostrare ciò che gli utenti dei servizi apprendono e insegnano a loro volta?

Secondo me si.

È uno sforzo, sicuramente, perché non si è abituati, non si è neppure formati per farlo.

Ma credo che la posta in gioco sia alta perché mancando sul web. e se non ci si è, si rischia di rimanere impigliati nella relazione diretta del servizio.

Il web non è il mondo, d’accordo, ma è una finestra. e se una casa non ha finestre, e neppure porte, è una costruzione inutile.

Il web è, a mio avviso, una possibilità “a bassa soglia” per potersi mostrare e per poter dar valore, attraverso la narrazione, alle tante storie di cura che abitano la nostra società, mettendo in luce un sapere che fa fatica ad arrivare nei testi, nei saggi, nelle aule universitarie, nella vita della gente.

Ma se penso al fine ultimo della pedagogia

Pedagogia = pedos- persona in crescita (formativa, non solo anagrafica/bambino) e agoghé- azione (non discorso, da logos, come spesso si confonde). La pedagogia è dunque, letteralmente la scienza dell’azione di/con una persona in crescita formativa, in educazione appunto. cit. Manuela Fedeli

Non possiamo toglierci, fare un passo indietro: occuparsi delle persone in crescita significa occuparci del futuro nostro e delle nostra comunità. e dire che lo facciamo e come lo facciamo è necessario per poter progredire come individui e come società. e farlo sul web è una delle possibilità.

Volete tirarvi indietro?

Anna Gatti.

Mi occupo di educazione dal 1999, prevalentemente di minori e famiglie.  Seguo progetti di politiche giovanili e di sviluppo di comunità da 0 a 99 anni (come si direbbe se fosse scritto su un gioco). In questi lavori mi occupo di progettazione e coordinamento,  attivazione degli interventi educativi e comunicazione. Da dicembre 2014 sono la responsabile della comunicazione della cooperativa sociale Milagro. Custodisco anche un sogno nel cassetto: che l’educazione e il suo pensiero pedagogico esistano in rete. Perché che l’educazione sia invisibile in rete è una perdita secca del mandato deontologico che ci viene conferito quando l’educazione diventa la nostra professione: insegnare al mondo come si apprende e come si insegna. È anche un atto di resistenza pubblica: esistono professionisti competenti che ogni giorno si occupano dei bambini, degli adulti in difficoltà,  dei migranti,  degli anziani creando benessere nelle scuole, nelle famiglie, nelle comunità, ma tutto rimane invisibile se non lo si narra e il web è un luogo dove ciò può accadere. Per passione ho aperto il blog Edieducazione.blogspot.it  Mi piace fare formazione su tematiche educative rivolte ad operatori, volontari, genitori e ragazzi e mi piace scrivere. Ho collaborato con il progetto Snodipedagogici che ho contribuito a fondare. Sono socia fondatrice dell’Associazione Metas  con cui mi occupo di formazione ai ruoli professionali e naturali.

Visita il sito di Anna Gatti

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Risposte

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  1. Anna

    Ciao! son rimasta molto affascinata da questo articolo di Anna Gatti e vorrei poterle chiedere: se sicuramente è uno sforzo- come scrive lei- perché non si è abituati nè formati a condividere esperienze, narrare ciò che si insegna e si impara affinchè diventi un bene collettivo, della comunità e della società; come è possibile educare gli educatori a farlo? Come costruire finestre in questa grande casa che è il mondo del sociale? O meglio: la spinta motivazionale è presente e forte, gli obiettivi sono chiari, gli strumenti ci sono (questa piattaforma ne è la testimonianza), e dunque quali le strategie????

  2. Anna Gatti

    altra possibilità che rientrano nel primo caso (esempi di narrazione dell’educazione a cui ispirarsi) è la ricerca dei post condivisi con l’#comunicarEducazione su Facebook

    1. Anna

      Grazie Anna per la tua risposta che mi stimola ulteriori riflessioni..parlandone con uno studente in Educazione professionale è emerso da parte sua uno spunto interessante che vorrei condividere. Questo mi scrive:
      “Secondo me l edicazione come logos cioè come discorso intorno ad una pradsi è considerato materia non riguardante l educazione. Siamo vitttime e carnefici di un interpretazione dell educazione come applicazione pratica di scienze umane diverse. Come se esistesse una cassetta degli attrezzi da formare con psicologia pedagogia e socilogia da utilizzare per educare. Come se l educazione non avesse nulla da dire ma solo da fare. Concezione dura da abbattere perche manca uno schema logico di riferimento che andrebbe costruito secondo il metodo dell educazione invece che con metodi alieni.”