L’educatore fa… ma quando dice, racconta, scrive?

L’educatore pensa, fa, agisce, opera, interviene, progetta… ma quando dice, racconta, narra, scrive..ri-pensa? La piazza è un luogo che offre la possibilità di raccontarsi e di raccontare la propria esperienza educativa, professionale e non.

Ciò che emerge dalla Piazza è da considerare come patrimonio sociale, una ricchezza, cioè, per tutti coloro che si avventurano nell’educativo, da chi lo fa per professione a chi lo fa per storia di vita.

In molti ci hanno rimandato che non hanno il tempo di sedersi a scrivere qualcosa di interessante, di pensato. In molti hanno condiviso la paura di fare “figuracce” davanti a tutti. Da un lato, questo ci dice che le persone considerano lo scrivere di educazione una cosa seria, per cui vale la pena spendere tempo, cura, attenzione. Dall’altro, è diffusa la paura del giudizio legata all’atto di scrivere.

Ma non esiste un modo unico di scrivere, un modo giusto e uno sbagliato. Ci sono modi che rendono più o meno agevole la lettura, ma non è poi questo a contare realmente, perché scrivere della propria esperienza serve innanzitutto a chi scrive.

Raccontare un problema, un vissuto, un episodio qualsiasi, un incontro, è infatti un modo prima di tutto per “vederlo”, isolandolo nero su bianco. Si tratta di definirne i confini, tracciarne i fili, individuare i nodi, e scriverlo è il primo modo per farlo. Scrivere permette di vedere dall’esterno ciò che ci riguarda, quasi come si assistesse alla proiezione di un film, di un corto, su uno spaccato della nostra vita.

A volte, scrivere di come il nostro percorso si è intrecciato al tema educativo, ci aiuta a trovare spiegazioni, o domande con cui interrogarci, ad analizzare meglio noi stessi in una situazione, ad immaginare strade alternative con cui affrontarla.

In prima battuta dunque la Piazza è questo: uno spazio per stimolare tutti (educatori, insegnanti, genitori, coordinatori, allenatori, psicologi, o.s.s., ecc.) a ri-pensare i nostri comportamenti, le nostre pratiche, i nostri incontri, le nostre difficoltà. Si tratta di cambiare il nostro punto di vista su questioni a cui, data la loro quotidianità, magari siamo abituati: porle fuori da noi ci aiuta a vederle sotto un’altra luce e quindi dar loro un altro significato che prima non siamo stati in grado di scorgere.

In secondo luogo, ed è questo a spaventare i più, la Piazza permette la condivisione di tutto ciò con altre persone interessate a saperne di più sul mondo dell’educazione e del sociale. Che cosa significa questo? Significa innanzitutto permettere agli altri di conoscerci così come noi ci percepiamo attraverso i nostri scritti, ed è questa esposizione, pensiamo, a spaventare di più.

Questo esporsi ad altri è tuttavia lo sforzo richiesto per ottenere qualcosa, che si può ottenere solo quando ci rispecchiamo negli altri: punti di vista differenti, idee diverse che non avremmo mai pensato, feedback e rimandi che ci aiutano a migliorarci, strade che la nostra immaginazione non avrebbe tracciato, ipotesi di soluzioni. La diversità degli altri ci permette di ampliare la conoscenza di noi stessi e del problema o della situazione che abbiamo descritto. “Esporsi” è in qualche modo la pre-condizione affinché tutto questo sia possibile.

Abbiamo definito questo luogo “La Piazza” perché volevamo che fosse spazio di scambio e di incontri, di amicizie e di condivisione. Uno spazio che offra stimoli, suggerimenti, che inviti a fare i conti con la propria esperienza ma anche con le proprie paure: raccontare di sé aiuta ad acquisire sicurezza ed autostima man mano che si impara a farlo. Insegna a fare delle scelte ascoltando-ci, affrontando la paura del giudizio degli altri perché ne vale la pena.

L’ascolto di noi stessi che avviene durante l’atto di scrivere (“che cosa voglio riportare? quali informazioni mi sento di voler comunicare? come mi sento rispetto a questo episodio?” sono tutte domande che inconsciamente ci facciamo quando scriviamo…) allena anche all’ascolto degli altri, dei loro episodi, delle loro storie. In questo modo si creano circolarità e comunicazione.

Per coloro che lo hanno sperimentato, scrivere e condividere a lungo andare diventano esigenze, momenti di auto-formazione permanente, tempi di riflessione, concentrazione e decisione. Scrivere diventa un altro modo per prendersi cura di sé e di chi ci sta intorno.

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