La Piazza di Social Proximity è una sfida: scrivere di Educazione

Scrivere è una delle più belle azioni dell’umano. Una delle più sincere e amabili. È una specie di impronta digitale dell’anima. Una traccia che trascende il tempo e lo spazio. Sa di tempo oltre il tempo. Memoria che non conta gli anni. Biografia che si disvela altruità. Lo spartito della Prossimità. Scrivere è tutto questo e altro ancora. Per un educatore scrivere dovrebbe essere esercizio normale e quotidiano. Roba con cui si è in confidenza come con l’amico al bar. Roba di cui non potere fare a meno. Di cui sentire bisogno e sollievo.

Scrivere, infatti, è cura. È attenzione, riguardo, sguardo, conforto. È sostegno, presenza, vicinanza. È condivisione. Scrivere è coraggio. Perché ci espone. Ci rende visibili al mondo. Scrivere è un rischio. Dice come la pensiamo. Per questo dice chi siamo. Da che parte stiamo. Scrivere è la voglia di voler contare e non solo assistere. Di volere essere in campo e non fare la riserva su una comoda panchina. Scrivere è mandare al diavolo la paura di non avere nulla da dire. Di vincere sulla vergogna che gli altri possano ridere di quello che scrivo. Di nascondermi dietro il paravento comodo di non avere mai tempo. Scrivere testimonia la stima che posso alla mia fragilità umana e alla bellezza dell’essere educatore. Scrivere è chiedere una mano senza mentire o pentirsi. Scrivere è lasciare tracce per farsi trovare. Scrivere è una goccia d’acqua che qualcuno aspetta per dissetarsi un po’.

Ma allora perché non scriviamo o lo facciamo col contagocce?

Provo, un po’ alla buona, a rintracciare qualche indizio senza alcuna pretesa azzeccarla giusta. Parto allora da una domanda un tantino provocatoria e burlona.

Quello che viviamo è tempo di scrittura?

La mia personale risposta è no. Non perché non se ne senta il bisogno. Bensì perché ne abbiamo silenziosa paura. Di che? Di non essere capaci. Di non essere all’altezza. Di non contare niente se non dietro uno schermo dove recitare proprio quelle parti che non siamo e mai saremo. Viviamo un tempo che ci vuole tutti assiepati e assopiti nella solitudine della moltitudine.

Un tempo amorfo che svilisce persino il senso ontologico delle parole. Le svuota dissipandone la significanza costata intelligenza e volontà secolari.

Oggi, ad esempio, partecipazione è soprattutto esibizione. Educare è innanzitutto conformare. Diversità è principalmente sospetto. Prossimità è intrusione, invasione e pericolo. In tale quadro lo scrivere è una delle azioni più trasgressive si possano immaginare. Non parliamo poi se lo scrivere inerisce il magma ribollente e confuso dell’educere di oggi.

In tale scenario la piattaforma Proximity può apparire persino temerariamente patetica. Vista la sua volontà di prestarsi quale approdo per quanti non intendono assopirsi nell’anfratto comodo e securizzante della moltitudine Social. Dove sei solo un click o tutt’al più un like. Educare rende unici e irripetibili. Per questo magari sconfitti ma mai perdenti. Scrivere definisce e testimonia questo al di là del tempo. Dove sprigiona e germoglia la Prossimità. Scrivere la nutre e coltiva. La rende viva, la rende oggi, la rende adesso!

 

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Risposte

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  1. Anna

    Buongiorno, vorri qui riportare alcune righe di un articolo/relazione che scrissi proprio sul tema della scrittura in ambito educativo, in seguito al corso frequentato di Metodologie dell’Educazione Professionale.

    Per introdurre i contenuti di questa relazione, tentando di rielaborare il percorso di conoscenza e apprendimento prodotto dal corso, inizierei innanzitutto dal perché, a mio avviso, ci è stato proposto. L’ipotesi che pongo rispetto a questo corso è quella di tramandarci il talento, il genio, addirittura, che è il dono di vedere quello che tutti hanno visto, ma vederlo in modo più chiaro, da ogni lato, nell’atto di scriverlo. La scrittura professionale, infatti, non ha semplicemente un fine documentaristico, ma valorizza “il portato euristico costitutivo della pratica dello scrivere”, aiutando in questo caso l’educatore alla costruzione di un pensiero riflessivo, conducendolo quindi a “deliberazioni pratiche razionalmente condotte”.

    Infatti, uno dei principi fondamentali di uno scrittore è che scopre quello che vuol dire mediante un continuo processo consistente nel vedere quello che ha già detto. E questa visione, questo processo di messa a fuoco della visione, si ottiene mediante la revisione. Perché non fare dunque della scrittura uno strumento per supportare in itinere la vita professionale della figura dell’educatore? Con il termine revisione faccio riferimento ad una strategia che vuole rilanciare la riflessione sul senso e sui significati della scelta del lavoro educativo. Essa è essenziale a ri- orientare il professionista ed a riqualificare il suo agire, evitando di farlo sbandare verso una rotta di confusione e di inefficacia. Emerge, dunque, l’importanza di acquisire la metodologia intrinseca nell’atto di scrivere che aiuti e guidi l’educatore professionale anche nell’elaborare un progetto educativo.
    .
    Scrivere di educazione è sviluppare percorsi riflessivi: il linguaggio, se interrogato, aiuta a ragionare di più e meglio. Scrivere in educazione aiuta ad esplicitare le dinamiche che si osservano, e come direbbe D’Avenia “Le cose rimangono invisibili senza le parole adatte”. Scrivere per l’educazione è il porsi in un atteggiamento di ricerca della possibilità (del linguaggio), come modo di porsi nella relazione. Infine, scrivere educa in quanto nell’atto di scegliere le parole adatte ci si accorge di quanto esse abbiano delle conseguenze, come afferma anche Massimo Recalcati, trasformano, plasmano e generano vita. Educare, dal mio punto di vista, è esplicitare la promessa contenuta nel generare.

    Solitamente nei corsi fino ad ora seguiti, ci veniva proposto il punto di vista educativo e tecnico dell’educatore professionale. In questo corso siamo partiti invece dalla scrittura romanzesca (ad esempio abbiamo letto alcuni passi tratti da “Ciò che inferno non è” di A. D’Avenia, “Diario di scuola” di Pennac, “Zigulì” M. Verga). Credo che questo abbia dato calore e profondità alla troppo nettamente definitoria e rigorosa dicitura tecnica. La scrittura romanzesca la vivacizza, sfumandola, e la problematizza, sganciandosi dalla rigida univocità del lessico professionale e specialistico. Lo stile può rimanere formale ma più mosso, più colorato e in questo più empatico verso il lettore.
    Sono convinta che gli scritti proposti dalla docente inizialmente, siano fortemente formativi per lo scrivere professionale perché aiutano ad entrare in relazione con lo strumento della scrittura e stare in una dimensione di ricerca. La scelta delle parole, appositamente pensate in entrambi i registri, responsabilizzano e coscientizzano l’uso di esse. Si può imparare di educazione anche per vie tangenziali.
    Ecco che, come la volpe ed il piccolo principe, veniamo “addomesticati” all’uso del linguaggio scritto, imparando, così, a maneggiare e familiarizzare con le parole. In fondo, anche noi, non abbiamo fatto altro inizialmente che creare legami: “non si conoscono che le cose che si addomesticano”.

    Un altro punto di assoluta novità rispetto ai corsi frequentati in questi tre anni e che mi sono sentita corrispondere particolarmente, è l’attenzione posta su una questione fondamentale: il valore del contenuto come imprescindibile dalla forma.
    Mi sono resa conto di quanto un valore separato dalla forma coincida con un sentimento che manca di ragioni e che l’unico modo per aderire ad un valore è aderire ad una forma specifica. La forma in qualche modo incarna il contenuto che si cerca di comunicare in uno spazio ed in un tempo preciso. In generale quindi, non solo per la scrittura, ho scoperto che forma e contenuto devono coincidere nell’esperienza umana altrimenti non posso dire di seguire un ideale, di avere un certo sguardo e approccio educativo se non seguendo la sua manifestazione concreta. Il rapporto tra forma e contenuto implica concretamente il prestare attenzione alla centratura pedagogica in un qui ed ora che richiede di domandarsi concretamente che tipo di scritto è? Per chi scrivo e con quale finalità?

    Durante il corso in questione, abbiamo fatto esperienza del fatto che scegliere le parole è questione di responsabilità. Si parla molto di cura educativa nel nostro ambito, eppure la cura passa anche dalle parole e dal linguaggio che usiamo per parlare della persona di cui abbiamo cura. Questo l’aspetto che più ho sentito corrispondente e utile per il mio percorso formativo. “La cura non è un concetto, è qualcosa che si fa; per questo è necessario dirla, parlarne, pensarla […]” – aggiungerei scriverla. La cura dei significati, delle parole, la cura dei modi di dire qualifica la professionalità.
    Mi sono accorta, attraverso le ore di lezione passate insieme, di quanto le parole hanno delle conseguenze e non possono essere, per questo, solo parole. Questo lo affermava già Santa Teresa: “le parole conducono ai fatti […] Preparano l’anima, la rendono pronta […]”. Nello scrivere professionale presentiamo un nostro modo di essere e di educare. Dovremmo essere degli specialisti della cura e dell’attenzione e ciò viene trasmesso anche attraverso gli scritti che produciamo. Quest’anno in particolare, che ho potuto svolgere il mio tirocinio formativo presso il Servizio di Prevenzione Specifica nel Dipartimento Dipendenze all’Asl di Milano, ho scoperto la straordinaria potenza della scrittura: il come si scrive diventa testimonianza della posizione professionale che assumo nell’educare. Scrivere non può più essere un limitarsi a esprimere se stessi, è comunicare. Per fare un esempio concreto di questo mi viene in mente il tentativo che si sta facendo nella definizione di prevenzione della tossicodipendenza quale atteggiamento ottimistico verso il futuro, quindi della prevenzione come un “fare per” e non più un semplicistico o moralistico “fare contro”. Utilizzare la prima o la seconda espressione, seppur possa sembrare la stessa cosa, pone l’attenzione su focus differenti che cambiano completamente la prassi educativa che si attua e l’idea di prevenzione insita nei progetti. Infatti, mentre il “fare per” rimanda ad arrivare prima, precedere, anticipare, il “fare contro” implica azioni quali impedire, scongiurare, ostacolare. Si delineano quindi due prospettive completamente diverse, opposte: da una parte una prospettiva preventiva che diventa possibilità e non più solo vincolo, una prevenzione come promozione della salute che porta in sé una visione attiva e propositiva; e dall’altra un’accezione negativa al lavoro educativo.
    Ecco come lo scegliere le parole diventa questione di responsabilità e corrispondenza. Le parole hanno un peso, delle conseguenze e delle ricadute nella realtà che abitiamo.

    Uno degli aspetti che mi ha particolarmente interessato è stato proposto come argomento di discussione a partire dal tema sul senso dell’educare. Spesso, tra gli educatori professionali, purtroppo c’è una concezione più assistenziale che educativa del lavoro con la persona, tanto che ci si chiede quale risposta dare e non, invece, quale domanda porre all’altro. A mio avviso, infatti, l’educatore dovrebbe attivare processi riflessivi e non dare il “buon consiglio”.
    Il compito dell’educatore diventa, quindi, quello di proporre agli utenti la loro situazione esistenziale, concreta, presente, come problema che, a sua volta, sfiderà ed esigerà da loro una risposta, non soltanto a livello intellettuale, ma anche di azione.
    Non c’è niente di meno sopportabile di un educatore “moralista”, di un educatore che elargisce il buon consiglio! Il compito dell’educatore, come appena visto, non è di consigliare; ma piuttosto quello di fare domande e attraverso di esse portare la persona davanti a sé ad una maggior coscienza di tutti i fattori in campo e quindi ad una scelta più consapevole che sia presa con la sua libertà.
    Igor Salomone afferma che l’educazione “significa esplorare le direzioni che la nostra storia può prendere e del significato che queste direzioni di volta in volta assumono, possono assumere, di quelle che ci lasciamo dietro e di quelle che privilegiamo”. Uno sguardo che è pedagogico non vuole essere totalizzante e affermarsi come “giusto” o “vero” ma conduce, fa seguire un senso non determinato a priori, cerca di indicare la direzione in cui cercarlo.

    Il percorso educativo sta quindi nel porre al centro dell’attenzione la riflessione critica e recuperare il dialogo permettendo così di ristabilire un possibile scambio di saperi, bisogni e desideri, e di stimolare domande e proporre risposte che siano alternative reali e concrete. Il metodo educativo che ho intravisto essere affascinante e più corrispondente a me è quello di sviluppare politiche attive che possano creare le circostanze affinché la persona possa trovare il modo di poter rispondere ai suoi bisogni utonomamente, invece di dare risposte ad un bisogno specifico in modo automatico e acritico.
    Si delineano due modi, quindi, di educare: attenzione al bisogno o attenzione alla persona? Si cura la malattia o la persona? Viene sottolineato il positivo della persona attivandola e valorizzando le sue capacità residue, oppure viene semplicemente assistita e in una logica riparativa- caritatevole? Queste le domande da porsi nella prassi educativa affinché non si perda il senso del proprio lavoro. […]

    Il narratore del meraviglioso racconto di Isaac Babel intitolato “Guy de Maupassant”, parlando della tecnica narrativa, a un certo punto dice: “Non c’è ferro che possa trafiggere il cuore con più forza di un punto messo al posto giusto”. Vorrei concludere questo elaborato così, con un punto.